«Nessuno ci ha informati» o «Nessuno ci ha informato?» Sull’accordo del participio passato con l’oggetto

A cura di Fabio Rossi

Nelle pagine di repubblica.it del 4 luglio 2013 incontriamo almeno un paio di espressioni interessanti, in quanto forniscono il pretesto per una breve riflessione linguistica: «nessuno ci ha informati» (Repubblica.it) e «Il successo riscosso nelle precedenti edizioni ci ha convinti a investire nuovamente in questo progetto» (Repubblica.it).

L’interesse delle due forme di accordo del participio passato con l’oggetto (ci ha informati e ci ha convinti) deriva dal fatto che, in moltissimi altri esempi, casi analoghi mostrano l’uso del participio invariabile: «l’azienda ci ha informato che era cambiata la normativa» (repubblica.it, 24/6/2013) e «ci ha convinto a votare» (repubblica.it, 3/5/2013).

L’accordo del participio passato (e conseguentemente dei tempi composti) in costruzioni con il complemento oggetto che non sia al maschile singolare rappresenta in effetti uno dei dubbi ricorrenti degli italiani. Pensiamo a casi come i seguenti: ho bevuto (o bevuta?) una birra; da quando ti ho vista (o visto?) la prima volta mi sono innamorato di te; ci hanno visto (o visti?). Esiste una regola che spieghi quando il participio passato deve essere flesso per genere e numero, in accordo con l’oggetto?

Diciamo subito che questi dubbi sono tutt’altro che banali, dal momento che l’accordo del participio con l’oggetto è uno di quei punti deboli, cioè non privo di oscillazioni, del nostro sistema linguistico. Le oscillazioni sono dovute soprattutto al fatto che, nel passaggio dal latino all’italiano, il participio passato ha subito un cambiamento da funzione prevalentemente aggettivale a funzione anche verbale. Proprio da questo cambiamento nascono i tempi composti, come il participio passato: laddove il latino aveva, infatti, tempi semplici (navem vidi), l’italiano può optare tra tempi semplici (vidi una nave) o tempi composti (ho visto una nave). All’origine del secondo tempo (passato prossimo) c’è, nel latino tardo, un costrutto di questo tipo: habeo navem visam, laddove il participio passato mantiene ancora la sua natura prevalentemente aggettivale, come mostra l’accordo di visam con il sostantivo (l’accusativo femminile singolare navem) da cui dipende.

L’italiano standard, in casi di complemento oggetto espresso da un nome, anziché da un pronome, è pressoché stabilmente invariabile, dunque il participio passato non va accordato e rimane sempre nella sua forma non marcata, al maschile singolare: ho mangiato un panino; ho incontrato gli amici; ho invitato una ragazza ecc. L’alternativa con accordo, pure normale nell’italiano antico o poetico («io ho vista una gentil donzella» [Poliziano]; ma numerosi ho vista si reperiscono ancora nell’Ottocento, per es. in Verga: cfr. LIZ), non può essere usata oggi senza conferire al testo una patina di aulicità e, dunque, fuor di poesia, di ironia, oppure di ridicolo, oppure di mimesi dell’antichità.

Se però il complemento oggetto dipendente da un tempo composto è rappresentato da un pronome personale atono, allora le cose si complicano. Mentre, infatti, con mi, ti, ci, vi e ne l’accordo può esserci come non esserci, con tutti gli altri pronomi personali atoni (lo, la, li, le) l’accordo è obbligatorio: li ho aspettati, non l’ho più vista ecc. Tendenzialmente, possiamo dire che, nei casi liberi, il participio accordato ha un tono più formale, rispetto a quello invariabile. Sono più frequenti le forme invariabili, rispetto a quelle con accordo. Per darne un esempio concreto, riprendendo i primi esempi, ci ha informati conta, nell’archivio della repubblica.it del 7 luglio 2013, 180 occorrenze, rispetto alle 490 di ci ha informato; ci ha convinti 191, ci ha convinto 412.

La ragione del diverso trattamento delle particelle pronominali atone va senza dubbio ricercata nella loro stessa natura (etimologica e funzionale), visto che alcune si flettono per genere e numero (la terza persona: lo, la, li, le), mentre le altre sono invariabili. Non è un caso che le forme invariabili riguardino proprio la prima e la seconda persona (oltre al partitivo ne), ovvero le forme deittiche: è nel parlato dialogico faccia a faccia che si fa riferimento costante a un io e a un tu, senza bisogno di altre specificazioni morfologiche (di genere), dal momento che i due interlocutori sono compresenti.

Questa piccola esemplificazione ha la solita morale: diffidare delle certezze (pseudo)puristiche di certuni (non linguisti), che talora sanciscono regole inesistenti quali: vi ho visto è scorretto, vi ho visti è corretto. Come abbiamo dimostrato, sono corretti entrambi. è, semmai, una questione di stile (o di gusti), non certo di grammatica.

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Deissi

Fenomeno linguistico per cui determinate espressioni, dette deittiche, richiedono, per essere interpretate, la conoscenza di particolari coordinate contestuali che sono l’identità dei partecipanti all’atto comunicativo e la loro collocazione spazio-temporale. Sono dunque deittici i pronomi personali (io, tu ecc., che non indicano una persona determinata ma cambiano secondo il contesto), e conseguentemente pure le desinenze verbali che indicano la persona, anche in assenza del soggetto espresso, gli aggettivi e i pronomi dimostrativi (questo, quello ecc.), gli avverbi di tempo – e conseguentemente anche le desinenze verbali che esprimono il tempo – e di luogo (ieri, domani, ora, qui, ecc.). Il contesto di riferimento indispensabile per interpretare i deittici è detto centro deittico, inteso come l’insieme del tempo e del luogo in cui il parlante produce l’enunciato. Un tipo particolare di d. è quello detto testuale, che serve a rimandare da una parte all’altra di un testo (vedi sotto).