Archistar

Il lessico di una lingua costituisce una vera e propria mappa della memoria collettiva, dalla cui lettura è possibile riconoscere e ritrovare i momenti della storia di una nazione. Le parole e i modi di dire hanno la capacità di fotografare i costumi, le mode, le tradizioni di una comunità. Anche le parole e le espressioni nuove, che spesso al loro primo apparire suscitano perplessità o addirittura fastidio, devono essere prese in considerazione senza pregiudizi, come elementi che caratterizzano le fasi della vita sociale di coloro che parlano la stessa lingua.

La parola archistar è un sostantivo ibrido, composto da una parte italiana, archi- , abbreviazione di architetto e dalla parola inglese star nel senso di ‘personaggio molto noto e popolare, quasi come una stella del cinema’. La parola è nata, sul modello di rockstar per indicare un architetto molto famoso, consapevole di essere, come i divi dello spettacolo, al centro dell’attenzione pubblica per la sua capacità di far discutere, di sorprendere, di fare scalpore con i propri progetti e le proprie opere. Si tratta di un termine coniato nel 2003: conosciamo la data di nascita perché fu usato per la prima volta in un libro intitolato Lo spettacolo dell’architettura. Profilo dell’archistar, scritto da Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli e accompagnato, nelle pagine del libro con il simbolo del copyright, del diritto d’autore. A partire dal 2008 il sostantivo archistar è stato inserito in un dizionario dei neologismi e successivamente tutti i dizionari della lingua italiana hanno inserito la nuova parola nei loro lemmari 

Bullismo

Le nuove parole che entrano nella lingua italiana non sono solo termini effimeri, destinati a scomparire e a essere dimenticati dopo aver fatto una breve apparizione. Spesso, al contrario, si tratta di espressioni necessarie per indicare nuovi problemi sociali, nuove tendenze, nuovi fenomeni. Ormai da molti anni la parola bullismo si è imposta nell’uso. Più recentemente il termine ludopatia si è affacciato alla ribalta. Ripercorriamo la storia di entrambi.

La parola bullismo deriva da bullo, sostantivo che probabilmente era arrivato nella lingua italiana dal tedesco bule (che significava in origine ‘amico intimo’), con l’aggiunta del suffisso -ismo; all’inizio del secolo scorso il termine passò a indicare un ‘giovane prepotente, un teppista’. Alla fine degli anni cinquanta del Novecento nacque un nuovo e preoccupante fenomeno sociale, con il verificarsi di episodi di sopraffazione e violenze fisiche e psicologiche, specialmente in ambienti scolastici o militari, sui giovani più deboli e indifesi. Queste manifestazioni avevano molti caratteri in comune, ma non avevano ancora un nome. Si diffuse in quegli anni il termine bullismo, per indicare non solo un ‘comportamento da bullo, una spavalderia arrogante e sfrontata’, ma anche i gravi comportamenti appena descritti. Oltre a bullismo, nei dizionari della lingua italiana, è registrata anche la parola ciberbullismo (o cyberbullismo), che dal 2006 è usata per indicare un ‘comportamento consistente in atti molesti o persecutori compiuti attraverso strumenti informatici, e in particolare Internet, telefoni cellulari ecc.’. 

Casalinghitudine

Molte delle parole nate alla fine del Novecento e nei primi anni del nuovo millennio riguardano nuovi fenomeni sociali e di costume: per dar loro un nome è stato necessario coniare nuovi termini. Un caso particolare è rappresentato dalle espressioni che hanno a che fare con i profondi cambiamenti del ruolo delle donne nella società. Due parole, in particolare, si sono imposte nel lessico: casalinghitudine e femminicidio, ora registrate nei vocabolari della lingua italiana.

La parola casalinghitudine è apparsa per la prima volta nella lingua italiana nel 1987, quando la scrittrice Clara Sereni diede il titolo Casalinghitudine a un proprio libro. Da allora, grazie al successo del romanzo, la parola si è diffusa con due diversi significati. Il primo indica ‘la condizione della casalinga’. Da questo significato se ne è sviluppato uno estensivo, che allude alla ‘condizione di chi vive il lavoro casalingo come una limitazione a esprimersi e a realizzarsi in altri ambiti professionali’. La diffusione della parola in ambito soprattutto giornalistico ha avuto come risultato la circolazione nel linguaggio comune di un significato generico diverso da quelli citati, cioè quello di ‘tendenza a passare la maggior parte del proprio tempo in casa, apprezzando i piaceri domestici e i lavori casalinghi’. 

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