Come parla il Parlamento

Il 12 febbraio, nella Sala delle colonne della Camera dei deputati, si è svolta la giornata di studi Come parla il Parlamento, una riflessione a più voci sulla comunicazione politica e parlamentare, organizzata dall’Associazione degli ex parlamentari della Repubblica.

Gli interventi degli onorevoli Domenico Rosati, Gennaro Lopez e Gerardo Bianco (quest’ultimo, presidente dell’Associazione) hanno sottolineato la necessità di approfondire l’aspetto linguistico dell’attività parlamentare perché può rivelare tendenze, intenzioni e ambiguità di un processo fondamentale quale è la proposta e la discussione legislativa. È stata evidenziata inoltre l’importanza della personalizzazione degli interventi in aula di deputati e senatori: la formazione culturale del singolo oratore, le sue preferenze stilistiche prevalgono sull’appartenenza a un gruppo parlamentare o a un partito. Un forma di personalismo che si impone sulle intenzioni più propagandistiche riconoscibili fuori del parlamento, soprattutto nella propaganda elettorale.

Paolo D’Achille (Università di Roma 3), in un intervento dal titolo L’italiano della politica, l’italiano nella politica, l’italiano dalla politica, ha illustrato i rapporti tra gli aspetti della lingua della politica nelle sue diverse prospettive: l’italiano parlato e il suo influsso sui discorsi dei politici, l’azione del giornalismo politico e la diffusione di slogan e tic linguistici dei politici nella lingua italiana.

Miriam di Carlo (Università di Roma 3) ha presentato una interessante rassegna di fenomeni innovativi, morfologici e lessicali, monitorati nei discorsi parlamentari della XI e della XV legislatura.

Michele Cortelazzo (Università di Padova) ha proposto un’analisi approfondita dei Discorsi di insediamento dei Presidenti delle Camere, che ha evidenziato la convenzionalità dell’oratoria ufficiale e rituale dei discorsi di insediamento delle diverse presidenze delle Camere della prima e della seconda Repubblica. È emersa un’inaspettata somiglianza nelle scelte lessicali di presidenti di diversa e spesso opposta appartenenza politica.

L’intervento di Franca Orletti (Università di Roma 3), Fra scritto e parlato. Problemi di trascrizione dei dibattiti parlamentari, ha mostrato il sistema e le modalità delle trascrizione delle discussioni in aula, sottolineando la necessità, spesso trascurata, di non omettere forme marcate in senso espressivo o regionale, rivelatrici di un’identità culturale del parlante che sarebbe opportuno conservare.

L’ultimo intervento, di Claudio Giovanardi (Università di Roma 3), La lingua della propaganda elettorale, ha messo a fuoco gli slogan della campagna elettorale in corso, sottolineando la mancanza di originalità e la sostanziale inadeguatezza delle formule proposte dai diversi partiti.

Alla fine dei lavori, nel corso del dibattito, un primo intervento dal pubblico ha ricordato la pericolosa commistione, non solo dal punto di vista linguistico, tra giornalismo e politica; un secondo ha individuato la necessità di monitorare e osservare la lingua della politica per riconoscere nella comunicazione parlamentare ed elettorale di chi governa e governerà la distanza rispetto a concetti e parole degli italiani, e per svelare quel gioco antico di dire tanto e superficialmente per non dire nulla di vero e di importante.

 

Cristiana De Santis e Roberto Vetrugno

Da Rignano a San Gregorio Armeno:
la prospettiva leaderistica nell’italiano
della Terza (?) Repubblica




Dal 20 al 22 novembre si è tenuto a Napoli, presso le sedi dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e “Federico II”, l’XI Convegno dell’ASLI sul tema “L’italiano della politica e la politica dell’italiano”. Difficile sintetizzare la ricchezza e varietà degli interventi che si sono susseguiti nelle tre giornate di lavori, sotto la regia dell’infaticabile Presidentessa dell’Associazione, Rita Librandi (riconfermata nella carica per il prossimo triennio), affiancata dall’efficace comitato organizzatore e dall’impeccabile segreteria. Non potendo rendere conto di tutti i contributi (anche per la convergenza delle sessioni parallele), stralcerò dal programma le relazioni plenarie e alcuni degli interventi che hanno contribuito ad animare il dibattito intorno alla lingua politica contemporanea (rimandando, per gli altri, ai riassunti consultabili sul sito del convegno). Procederò inoltre a una recensione trasversale, per metodi e temi che mi sono apparsi nuovi nelle premesse teoriche o nei risultati applicativi.

Sui metodi, prendo l’avvio da una considerazione generale A proposito di linguaggio e di politica fatta da Tullio De Mauro: fin dall’antichità, i rapporti tra linguaggio e politica sono stati visti soprattutto dal punto di vista degli abusi linguistici, ovvero delle distorsioni del linguaggio attuate nell’ambito della lotta politica. Una prospettiva, questa, che si cerca di superare nell’ambito della “politolinguistica” (termine coniato nel 1996 da A. Burkhardt): una particolare forma di analisi del linguaggio politico a carattere interdisciplinare, che coinvolge filosofia politica, sociologia, scienza politica, storia e psicologia sociale, e integra la prospettiva strettamente linguistica con l’analisi critica del discorso (al tema è dedicato un volume della compianta Lorella Cedroni in corso di pubblicazione presso l’editore Carocci). Importanti spunti di riflessione, in questo ambito, vengono dalla tripletta concettuale proposta da De Mauro sulla falsariga della nota tripartizione langage, langue, parole: politics (la sfera del potere), polity (l’ambito della comunità politica organizzata) e policy (i programmi d’azione e i processi decisionali). La metamorfosi di queste tre dimensioni della politica sarebbe strettamente legata alla trasformazione del linguaggio politico negli ultimi venti anni: così, l’emergere di moduli linguistici improntati al “nuovismo” (esemplificati dalla formula renziana operatori del lavoro) sarebbe legato una trasformazione della dimensione processuale della politica.

Sull’analisi della storia di parole del lessico politico si sono incentrate le relazioni di Francesco Bruni (L’italiano della politica: quattro momenti in prospettiva storica) e di Erasmo Leso (Il Settecento e la nascita del linguaggio politico italiano moderno): rivoluzione – citata da Bruni – è un esempio di parola che “non nasce politica, ma lo diventa”, e che nella seconda metà del Settecento, in concomitanza con eventi fondanti della modernità politica, quali le rivoluzioni americana e francese, acquista nuove connotazioni e diventa uno dei concetti fondanti della lessico della politica. Anche sociale e repubblica – esempi forniti da Leso –, pur essendo termini che nascono politici (almeno nel senso della polity), subiscono cambiamenti importanti di significato che consentono di distinguere l’idea moderna di politica da quella dei secoli passati. L’importanza di tracciare la “biografia delle parole”, di far emergere le temps des mots, è rivendicata anche da Jean Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini (Che cosa il lessico dice della politica nella Firenze delle guerre d’Italia) nell’ambito di una prospettiva definita di “filologia politica” (in un incontro tra storia delle parole e storia della politica) ed esemplificata con un’analisi del lessico del Principe di Machiavelli: se Bruni aveva sottolineato l’assenza della parola politica nel trattato (al grecismo politia, entrato in italiano attraverso le traduzioni di Aristotele, viene preferito l’equivalente latino, civile), i due studiosi francesi si soffermano sulla polisemia nell’uso machiavelliano di termini come Stato o libertà, su famiglie di parole come ordine-ordinario-straordinario, sugli effetti della traduzione di termini come Stato, dominio, imperio, Signoria, su collocazioni significative come l’ossimorico tirannide mansueta o verità effettuale (uno degli hapax machiavelliani segnalati, insieme con arte dello Stato e principato civile). Una prospettiva, questa, che troverà certamente spazio nel prossimo annunciato convegno dell’ASLI, che si terrà nella Svizzera italiana e sarà dedicato a Etimologia e storia delle parole.

Un accento sul metodo è posto anche dal sociologo Luca Giuliano, che, presentando il progetto di un corpus del linguaggio parlamentare, richiama a una “ermeneutica quantitativa”, a un’analisi aperta ai contributi computazionali ma che dai dati quantitativi sappia sempre tornare al testo. Raccomandazione quanto mai utile, giacché, come ricordava Wilkins, “Examples from numerical data are always given when suited to the conditions of the problem in hand”.

Veniamo ai temi.

Alla ricerca del politichese è dedicata la relazione di Riccardo Gualdo: se il verbum risale alla seconda metà del XX secolo (termine datato 1982 dall’ultimo Zingarelli), la res affonda le sue origini nel lessico cancelleresco della Repubblica fiorentina a cavallo tra XV e XVI secolo, conosce sviluppi nelle assemblee rivoluzionarie di fine Settecento (il periodo esaminato anche da Leso) e si consolida negli anni del primo Regno d’Italia, in particolare nell’ambito dei primi dibattiti parlamentari – come mostrato dalla ricca messe di esempi presentati (tratti dal corpus delle sedute del Parlamento del Regno reso disponibile dalla Biblioteca della Camera), che offrono anche spunti di riflessione sulla vexata quaestio della percentuale di analfabeti/italofoni nel periodo postunitario: il riferimento a un presidente [di sezione elettorale] analfabeto la dice lunga sulla situazione linguistica coeva. Situazione sulla quale si sofferma anche la relazione di Stefano Pivato (Da Garibaldi a Marinetti. Gli esordi del linguaggio politico), anche per sottolineare come, proprio in quel retroterra dialettofono e contadino, nascano, tra persone che non sanno leggere, esperienze rivoluzionarie caratterizzate almeno agli esordi da un linguaggio semplice e iconico, che cerca di ricorrere al simbolismo religioso e a un linguaggio “sentimentale” ispirato alla propaganda evangelica.

All’equivalente di politichese, ovvero lingua di legno, calcato sul francese langue de bois (espressione che in alcuni studi linguistici è resa anche come lingua di plastica), è intitolato l’intervento del giornalista Francesco Merlo, che coglie subito l’occasione per un gioco di parole (La lingua di legno è un manganello). Anche Merlo sottolinea la centralità del secondo Ottocento, e in particolare degli anni del trasformismo (altra parola emblematica del lessico politico italiano), per il costituirsi della realtà e del linguaggio della politica, facendo coincidere con la nascita del Corriere della Sera (1886) un momento di riscatto: “La lingua italiana ha salvato la politica perché ha saputo raccontarla”. Argomento forte della relazione è la continuità tra il politichese delle convergenze parallele (formula attribuita ad Aldo Moro, ma coniata in realtà da Pietro Nenni e citata da Moro per definire il terzo governo Fanfani) e l’odierno turpiloquio del vaffa: entrambe forme di tensione verso l’impossibile. Da un lato la tensione al compromesso spinta fino al paradosso, e una retorica del “dire per non dire e non dire per dire” che affonderebbe le radici nel mutismo di una civiltà contadina sempre più lontana nell’Italia degli anni Sessanta; dall’altro il no ai compromessi, alla casta, alla politica, e l’ambizione ossimorica a portare al governo l’odio contro il governo. Tra la retorica morotea dell’attenuazione (di cui ha parlato anche Paola Desideri nel suo bell’intervento: “La voce della ragione”) e la grillina “tracimazione rancorosa”, si colloca l’espressività bossiana, che rivendica con la volgarità e con la difesa del dialetto veneto e lombardo l’uscita dal soffocamento della lingua della politica. Un esempio emblematico, del resto, di come sia la lingua a laureare un leader o, viceversa, a bocciarlo. Così il “siamo primi ma non abbiamo vinto” e le “bambole da pettinare” di Bersani crollano di fronte al carisma di Renzi, altro leader capace di comunicare anche col linguaggio del corpo (dalla canottiera bianca alla camicia bianca, imitata dagli altri leader europei), e premiato (come già in passato Craxi, Andreotti, Berlusconi) dal gran numero di soprannomi (boy, piazzista, venditore di pentole, Renzusconi, Berluschino, cinghialino, ebetino, bomba, bimbaccio, giocagiò, giamburrasca...), che – come sempre nella storia politica – sbeffeggiano e insieme proteggono la leadership. Altro tratto di continuità individuato da Merlo nella storia politica recente è il provincialismo dei leader, con la loro ambizione compensatoria, con la loro lingua da “ omini di burro” collodiani.

A La parola del leader e alla personalizzazione del linguaggio della politica è dedicata la relazione del già citato Luca Giuliano, che mette a confronto (con abbondanza di dati quantitativi ed elaborazioni statistiche) i profili del linguaggio parlamentare di 30 tra leader politici e “leaderini” (potenziali leader) della Prima Repubblica (I-IX Legislatura) e della Seconda (XII-XVI: fino al governo Monti escluso) a partire da un corpus di 5 milioni di parole comprendente le trascrizioni stenografiche di 1608 interventi alle Camere tenuti in occasione di discussioni su temi “caldi” come la legge sul divorzio, l’interruzione di gravidanza, la legge-truffa ecc. Un corpus quasi tutto al maschile, se si eccettuano le due figure di Emma Bonino e Rosi Bindi (spicca la mancanza di Una donna e una madre della Repubblica – per citare il bel titolo dell’intervento con cui Maria Vittoria dell’Anna ha tracciato un ritratto comunicativo di Nilde Jotti attraverso l’analisi linguistica e testuale di un campione dei suoi discorsi parlamentari dal 1946 al 1999).

Dati interessanti emergono dai riscontri a campione con il nuovo Vocabolario di Base (in corso di elaborazione a opera di Tullio De Mauro ed Isabella Chiari) e le misurazioni dell’indice di leggibilità Gulpease: la percentuale di vocaboli fondamentali si attesta tra 80 e 90% (con un inatteso picco di formalità nei discorsi di Bossi, fatti scrivere per l’occasione, e come tali molto diversi dalle sue esternazioni); l’indice Gulpease si attesta invece su una media del 40% (discorsi comprensibili dalle fasce alte della popolazione). Interessanti anche i confronti tra le espressioni idiomatiche più usate dai diversi leader, presentate sotto forma di tag cloud (nuvola o lista bilanciata di parole): da prendere sul serio e tenere in piedi di Almirante ad avere presente e porre in essere di Moro, a prendere corpo di Craxi, a portare a compimento di Prodi e fare attenzione di Bersani. Innovativa la prospettiva della sentiment analysis, che stima la polarizzazione degli aggettivi sulla base dell’indice di negatività: se Craxi e Prodi appaiono i leader più tendenti alla positività (con valori superiori alla media del 40% di negatività), il più negativo di tutti appare Di Pietro (ma la negatività sarà anche condizionata dalla conflittualità di alcuni momenti della lotta politica).

In continuità con la relazione di Giuliano si pone quella conclusiva di Michele Cortelazzo, dedicata a I discorsi parlamentari della XVII legislatura (l’attuale), anch’essa basata su dati quantitativi e presentazione di grafici e tag cloud applicati ai discorsi di insediamento dei Presidenti di Camera e Senato e del Presidente del Consiglio Renzi. Se nei discorsi parlamentari (benché pronunciati da personaggi che per più del 60% sono neoeletti e quindi non provenienti dal mondo della politica) non si colgono segni di cambiamento che facciano pensare a un ingresso linguistico nella “Terza Repubblica”, e se i discorsi dei Presidenti delle Camere risultano programmati e aderenti (anche dal punto di vista lessicale) alla tradizione, il discorso di Renzi presenta invece forti spostamenti, evidenti fin dai codici visivi individuanti (come la già citata camicia bianca o dalla scelta di parlare a braccio), ma anche da scelte linguistiche come il ricorso a parole emotive (paura, fiducia…) e l’insistenza sul noi, che risulta in assoluto la parola più attestata nel suo discorso (in opposizione al voi brandito dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega e dal Partito Radicale come atto d’accusa all’establishment). Sul noi renziano si soffermano anche la brillante relazione di Nunzio La Fauci (che prende in considerazione il discorso di Renzi al Parlamento Europeo, con 120 ricorrenze di noi/nostro/forme verbali di 4a persona in 17 minuti di discorso) e quella di Cristiana De Santis, che si sofferma sui discorsi renziani del 23 e 24 febbraio, e che inserisce la scelta del noi tra le tecniche di embrayage o avvicinamento attanziale – con preferenza del noi “inclusivo” (io + tu/voi) su quello “esclusivo” (io + lui/lei/loro) – ma anche di costruzione dell’autorità linguistica del leader, che dosa sapientemente il noi maiestatis (1a persona plurale, in alternanza con la 1a singolare, di volta in volta identificantesi con un io Presidente del Consiglio, un io Segretario del PD, un io sindaco di Firenze nonché un io ex presidente di provincia: i diversi avatar di Renzi, che coincidono con altrettanti punti di vista enunciativi) e il noi esclusivo/inclusivo (4a persona), attuando una serie di opposizioni distintive tra noi giovani e neoletti vs voi anziani e veterani della politica, oltreché tra noi governo/coalizione/partito e voi avversari politici. In questo senso va anche l’insistenza – nel discorso di insediamento – su altri elementi deittici come i pronomi qui e fuori (dell’Aula, del Palazzo). Strategie autoritarie per eccellenza (in un discorso che rinuncia scientemente agli argomenti di autorità come le citazioni dei Padri della Repubblica o il saluto al Presidente della Repubblica e all’Italia) si rivelano del resto scelte retoriche come l’uso di antitesi, anafore o del polittoto temporale (pensiamo, pensavamo e penseremo) con la sua pretesa di abbraccio totalizzante del reale: una strategia che si ritrova anche nei discorsi di Mussolini, Berlusconi, Prodi, Bossi. Innovazione nella tradizione, dunque, che va di pari passo con la costruzione di un nuovo paradigma dell’autorità del leader.

Tornando alla relazione di Cortelazzo, è da sottolineare come l’ingiuria politica (cretino, comunista ecc.) sembra essere scomparsa negli ultimi anni, almeno dalle aule parlamentari: il turpiloquio di Grillo continua infatti al di fuori, nei discorsi e nelle esternazioni, ma soprattutto nel diario pubblico sottoforma di blog, nuovo luogo virtuale che si sostituisce alla piazza (al populismo di Grillo e alla sua tendenza a portare nel discorso politico moduli tipici del linguaggio da comico, come l’espressione è pazzesco, si sofferma anche l’ampia e documentata relazione di Stefano Ondelli).

Intanto, se non siamo più al lessico “enantiosemico” di alcuni leader della Seconda Repubblica (per cui la parola federalismo nel linguaggio leghista rinvia in realtà all’idea di secessione), una nuova “lotta per le parole” si sta profilando nel discorso della sinistra, specie intorno a temi come il lavoro: contro le “parole sbagliate” di Renzi si scagliava un corsivetto non firmato, apparso in prima pagina su La Repubblica del 21 novembre, in cui si accusava il premier di usare la parola rispetto per poi “dileggiare il sindacato” e “banalizzare le ragioni della protesta”. Del resto il lessico renziano si segnala anche per l’uso di formule opache come jobs act o contratti a tutela crescente (oltre al già citato operatori del lavoro).

Nel complesso, Renzi (e, più in generale la riflessione sulla parola politica come parola di leader) è stato senz’altro il protagonista indiscusso del Convegno. Sulla dimensione metalinguistica di Renzi si sono soffermate Lucia Di Pace e Rossella Pannain, che hanno portato l’attenzione sui logonimi (“parole indicanti parti e aspetti di frasi e testi e della loro realizzazione e ricezione” – secondo la definizione di Tullio De Mauro), attesi e inattesi, ricorrenti nel discorso di insediamento del premier. Si segnalano, tra gli altri, l’invito a uscire “dal coro delle lamentazioni”, la rivendicazione della positività della parola politica (“noi pensiamo che […] non sia una parolaccia”) o la richiesta di una traduzione in italiano per la parola accountability.

Il richiamo all’importanza della logodeittica viene del resto anche dalla citata relazione di Paola Desideri, che ha sottolineato l’inclinazione di Moro verso la “pratica di glossa” che accompagna, con chiara intenzione didattico-esplicativa, la creazione dei celebri sintagmi nominali poco trasparenti ma atti a rendere la realtà ossimorica del Paese.

Significativa mi è parsa anche la definizione data da Raffaella Scarpa dei discorsi parlamentari sul tema della salute: “scritture a responsabilità limitata”, volutamente deboli sul piano dimostrativo.

Sulle definizioni di termini politici nella tradizione lessicografica è d’obbligo il rimando alla relazione di Marcello Aprile, che si è concentrata su parole legate a temi chiave del dibattito politico come il ruolo della donna nella società, la considerazione del diverso, la correttezza politica (che diviene “antipolitica” ogni qual volta neutralizza la dialettica delle idee – come ha fatto notare Francesco Bruni).

Merita un cenno l’insistenza di tante relazioni (ma anche della tavola rotonda dedicata al linguaggio politico dei social network)sulle nuove forme brevi della comunicazione politica: dagli hashtag che si sostituiscono agli slogan (la cui forza polemica e autoritaria è stata sottolineata da Merlo e De Santis), all’uso di slide con frasi a effetto (nelle conferenze stampa di Renzi, analizzate da De Santis), alla dichiarazione breve di 20’’ (“modello à la Bonaiuti”, come l’ha definito Cortelazzo, che ne ha sottolineato la struttura semplice e paratattica), fino ai “cinguettii” in 140 caratteri di Twitter, il social network più usato dai politici (anche per aggirare la mediazione giornalistica), più spesso in realtà come strumento di autopromozione o di lotta politica che come strumento di dialogo e di condivisione. Caratterizzati da un’alta densità lessicale e dall’abbondanza di deittici, anche i tweet rivelano la predilezione di Renzi per forme autoritarie come la ripetizione ternaria e l’antitesi: “Metodo, metodo, metodo. Non annunci spot, ma visione alta e concretezza da sindaci” (23-2-14), o l’uso degli infiniti: “Combattere corruzione ed evasione. Restituire ideale e entusiasmo a impresa per creare posti di lavoro” (25-10-14).

Non vorrei infine dimenticare i bei poster che hanno integrato riflessioni emerse anche negli interventi (il linguaggio di Beppe Grillo in Margherita Bertolo, aspetti linguistici del discorso parlamentare in Miriam De Carlo e Alberto Perugini) e illustrato temi nuovi: il concetto di “virtù” nei discorsi politici settecenteschi in Giulia Delogu,i discorsi parlamentari in versi di Alberto Cavaliere in Vincenzo D’Angelo, il linguaggio del movimento dei “forconi” in Alessandro Orfano, la lingua degli scandali politico-finanziari in Valentina Allia, i giudizi sulla lingua dei politici da parte degli utenti di Internet in Fabio Ruggiano, le politiche linguistiche in materia di immigrazione in Lara Rossi (che rimanda all’altro tema del convegno – la politica per l’italiano – sviluppato nella relazione di apertura del sottosegretario di Stato al Ministero degli Esteri Mario Giro e nella Tavola rotonda sull’italiano all’estero che ha chiuso il convegno).

Benché agli interventi non sia seguito un vero e proprio momento di confronto o dibattito, dato l’alto numero delle comunicazioni che ha condizionato i tempi destinati all’esposizione, non è mancato uno spazio “social” virtuale: la pagina Facebook del gruppo “L’italiano della politica e la politica dell’italiano”, curata da Rosa Piro, con una fotocronaca dei lavori congressuali, alla quale rimando per metterci – come Renzi – la faccia. 

Cristiana De Santis

ITALIANO: l’educazione linguistica
come impegno di tutti i docenti

Si è svolto il 15 maggio, presso l’aula magna del Liceo scientifico “A. Righi” di Bologna, il Seminario “ITALIANO: l’educazione linguistica come impegno di tutti i docenti”, promosso dalla Direzione dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna, in collaborazione con il GISCEL Emilia-Romagna, nell’ambito del ciclo “Le officine dei saperi: viaggio nelle Indicazioni 2012 per il primo ciclo”.

Il seminario, coordinato da Silvana Loiero, ha visto la partecipazione di due studiosi di educazione linguistica (Luigi Bosi, responsabile GISCEL Emilia-Romagna e Angela Chiantera, docente di Didattica dell’italiano presso l’Università di Bologna), accanto a due esperti (l’ispettore Giancarlo Cerini e la professoressa Daniela Bertocchi) coinvolti nella stesura del testo, la cui versione finale (D.M. 254 del 16/11/2012) è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5/2/2013. Il testo è frutto del lavoro di revisione del testo delle Indicazioni 2007 da parte di un gruppo di consulenti scientifici (sotto la supervisione del sottosegretario Mario Rossi-Doria) e di un percorso di consultazione e confronto con 10.000 scuole attraverso questionari e seminari dedicati.

Luigi Bosi nel suo intervento (Spunti per un curricolo della lingua italiana verticale e trasversale), ha analizzato criticamente il testo delle nuove Indicazioni, soffermandosi sugli aspetti di continuità/discontinuità del curricolo di educazione linguistica tra scuola primaria (elementari) e scuola secondaria di primo grado (medie). Le Indicazioni presentano alcune novità significative (si pensi alla valorizzazione dell’oralità, finora ignorata dai programmi e dagli insegnanti, con l’eccezione della scuola dell’infanzia), accanto ad alcune lacune (come la mancanza di riferimenti alla competenza fonologica nelle scuole primarie). L’idea di verticalità suggerita dalle precedenti Indicazioni (con una progressione nella presentazione degli argomenti della riflessione grammaticale – nella realtà ampiamente disattesa dagli insegnanti) è sostituita da un’idea – ampiamente discussa – di sviluppo ciclico (con una ripresa e progressivo ampliamento degli argomenti).

A ripercorrere la genesi del testo è stata Daniela Bertocchi, componente della Commissione scientifica nazionale per le Indicazioni 2012. Il suo intervento (Uno sguardo alle nuove Indicazioni Italiano: segnali per i docenti) ha sottolineato gli elementi di continuità rispetto alle Indicazioni del 2007 (formato, prospettiva disciplinare e numerosi “traguardi di competenze”, ovvero le verifiche periodiche e sistematiche degli apprendimenti suggerite dal documento). Emergono tuttavia diverse, e significative, novità, che riguardano soprattutto: il dialogo tra discipline, l’inclusione scolastica (con particolare riguardo a DSA, ovvero disturbi specifici dell’apprendimento, e BES, bisogni educativi speciali), l'apertura al plurilinguismo (l'italiano è riconosciuto come lingua di scolarizzazione, non essendo per tutti lingua materna) e alle nuove tecnologie; ma anche l’attenzione per una solida acquisizione delle conoscenze e competenze di base, con riferimento anche ai documenti europei del 2006 (non ancora noti al momento della stesura delle precedenti Indicazioni).

L’analisi delle competenze di italiano rivela un’attenzione nuova per la dimensione dell’oralità (ascolto e comprensione, parlato, interazione), la cui educazione è condizione necessaria per l’esercizio del diritto costituzionale alla parola (presupposto di una cittadinanza attiva e consapevole), ma anche per lo sviluppo delle abilità di studio nelle varie discipline. Per la prima volta si parla esplicitamente di passaggio dal “modo naturale” di parlare (parlato spontaneo) a una capacità sviluppata e “gradualmente sistematizzata” di “comprendere discorsi e testi di vario tipo” e di elaborare “discorsi sempre più articolati e pianificati” (parlato predisposto).

Anche la lettura va esercitata su un’ampia gamma di testi. Per la scrittura, si raccomanda la produzione di testi autentici, che muovano da “esperienze concrete” e abbiano “scopi specifici”: il rifiuto di “trattazioni generali e luoghi comuni” suona come una condanna a morte del pensierino e del tema. Sottolineata, anche in questo caso, la varietà delle tipologie di testi da produrre (testi per lo studio, testi funzionali, narrativi, espositivi e argomentativi).

Il lessico (ricettivo e produttivo) per la prima volta viene trattato autonomamente, come parte dei saperi di base e con traguardi specifici (lessico fondamentale di alto uso alle primarie, successivamente integrato dal lessico di alta disponibilità) che portino alla graduale conquista di un lessico astratto, con riguardo anche alle parole chiave delle diverse discipline.

Nella riflessione grammaticale “esplicita” emergono altri elementi di novità: il punto di partenza è costituito dalle “strutture sintattiche delle frasi semplici e complesse” (nelle Indicazioni 2007 si partiva invece dalle categorie grammaticali per arrivare all'individuazione delle categorie sintattiche essenziali) e per la prima volta si parla di un “modello grammaticale di riferimento”che l’insegnante sarebbe libero di scegliere (finora i programmi avevano sempre fatto riferimento alla grammatica tradizionale e gli insegnanti, più che seguire un modello, seguivano il libro di testo, spesso anche rispetto all’ordine di presentazione degli argomenti). Seguono le parti del discorso, gli elementi di coesione testuale, il lessico (livello privilegiato alla scuola primaria), le varietà dell’italiano. Ciascuna di queste componenti viene introdotta nella scuola primaria “attraverso riflessioni sull’uso” e poi “ripresa ciclicamente” con progressivi ampliamenti e approfondimenti. Il passaggio da un ordine di scuola all'altro, dunque, non determina tanto un cambio di contenuti, quanto di metodologia (induttiva alla primaria, più sistematizzata nel ciclo successivo) e grado di complessità.

Se l’intervento di Daniela Bertocchi è riuscito a individuare, nel testo, i “segnali” più significativi che l’insegnante (e il formatore di insegnanti) dovrà raccogliere per innovare la didattica dell’italiano, quello di Angela Chiantera (Le competenze di base nella lingua dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria) traccia un quadro di quel che c’è e di quel che manca, attraverso una sapiente analisi delle occorrenze e dei contesti di alcune parole-chiave contenute nel testo: insegnante/scuola vs bambino/allievo/alunno, ma anche osservare e documentare: verbi che alludono a due operazioni centrali (preliminari rispetto al valutare) ai fini della certificazione delle competenze.

Tanti gli spunti di riflessione e di discussione, e un auspicio comune: che “dall’alto” si mettano in atto interventi mirati a promuovere iniziative di formazione e ricerca in grado di innovare l’insegnamento dell’italiano in un contesto che pone nuove e non meno difficili sfide rispetto al passato. 

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