Progettare il paratesto:
l’introduzione

a cura di Stefano Telve



Su questo argomento consulta anche il par. 2.3.1 del volume Scrivere all’università di Riccardo Gualdo, Lucia Raffaelli e Stefano Telve.

L’introduzione a una tesina o a una tesi ha lo scopo di fare in modo che il lettore sia accompagnato gradatamente nel cuore del discorso. Per questo motivo, oltre a non avere una lunghezza predefinita, può presentare contenuti leggermente diversi, anche se compatibili tra loro.

L’introduzione serve ad esempio a svolgere una riflessione di carattere generale, in cui si pongono le basi per il discorso che seguirà nei capitoli interni al lavoro. Ma oltre a questo, l’autore può trovare anche utile preannunciare al lettore, in modo più disteso di quanto non faccia l’indice dei contenuti, gli argomenti che saranno trattati e ancora fornire alcune indicazioni e suggerimenti utili, illustrando come è articolato il testo, in una sorta di guida alla lettura.

Vediamo qui di seguito, per ognuno di questi tre casi, un esempio di testo, accompagnato da alcune parole di commento.

1. Breve riflessione


Prima di entrare nel vivo, può essere utile premettere una riflessione di respiro un po’ più ampio (ma pur sempre strettamente attinente all’argomento) che possa servire a dare alcuni punti di riferimento essenziali e a motivare le ragioni per cui è stato scritto il lavoro. Si veda ad esempio questa introduzione a uno studio dedicato al filosofo e uomo politico Vincenzo Gioberti (1801-1852).

Il testo può essere suddiviso in quattro momenti fondamentali:

Grava sul nome ed il ruolo storico di Vincenzio Gioberti il peso delle reminiscenze scolastiche, con la memoria di un sostanziale fallimento del progetto di unione fra gli Stati italiani sotto la presidenza papale. Le cose hanno avuto uno svolgimento irrimediabilmente diverso da quello ipotizzato dall’abate torinese, e quella proposta si è poi perduta nello spaziare di altre sue vocazioni come la teologia e la filosofia. [1]

Questo primo blocco di testo illustra, sia pure in estrema sintesi, il giudizio corrente sulla figura di Gioberti. Alcuni dati storici vanno riconosciuti con oggettività e distacco (si vedano le espressioni sostanziale fallimento e svolgimento irrimediabilmente diverso…), ma l’espressione d’apertura (Grava… il peso…) lascia intuire che, secondo chi scrive, il giudizio ricevuto fino a questo momento non deve continuare ad essere troppo condizionante. Si apre così lo spiraglio di una possibile rivalutazione della figura di Gioberti. La spiegazione di questa possibilità è nelle righe che seguono.

Eppure il suo contributo recupera d’interesse oggi, alla fine del XX secolo, quando lo Stato nazionale uscito dal Risorgimento appare, se non superato, certo più discusso e come relativizzato nella coscienza dei più. Le piccole patrie, territoriali o sociali, in cui si articola la Penisola hanno ripreso vitalità, e d’altra parte l’appartenenza europea contribuisce a quanto meno ridimensionare la realtà intermedia – Regno d’Italia e Repubblica Italiana – che per un secolo ha tenuto altrimenti il campo. [2]

L’avverbio Eppure, posto in apertura, segnala subito un’opposizione tra quanto è stato detto in precedenza e quanto sta per seguire. Infatti, dato il punto di partenza del blocco [1], in cui si ricorda il giudizio corrente e si accenna implicitamente a una possibile rivalutazione, in questo secondo blocco si illustrano le ragioni per cui si può pensare a un ripensamento o cambiamento di giudizio, che è reso possibile grazie alla situazione storico-politica attuale, mutata rispetto al passato («recupera d’interesse oggi, alla fine del XX secolo, quando…»: seguono quindi osservazioni e motivazioni di carattere prettamente storico-politico).

Gioberti aveva pensato di dare libertà e progresso agli italiani non costruendo un edificio statuale unitario del tutto nuovo perché mai visto nella storia della Penisola, ma utilizzando e conservando i prodotti storici parziali che avevano avuto una loro funzione nel volgere del tempo, non senza nome e gloria in Europa. Persino la questione della presidenza dell’unione italiana da assegnare al Papa, lungi dal rappresentare un’anacronistica esorbitanza clericale, vuole recuperare il Pontificato romano come collante culturale o fattore di aggregazione per una realtà che si sa divisa per natura ed interessi: un suo nazionale della religione, insomma, che in qualche misura poi si realizzò, «a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe». [3]

Questo terzo blocco rappresenta un approfondimento della parte finale del blocco di testo precedente. L’autore entra nel merito delle ragioni storico-politiche che suggeriscono, secondo il suo punto di vista, una rivalutazione della figura di Gioberti (in particolare, la conservazione dei «prodotti storici parziali» e il «Pontificato romano come collante culturale»). 

Rivisitare la proposta politica di Gioberti ritrovandone le motivazioni di fondo e mettendone in evidenza le evoluzioni temporali nell’equilibrio delle forze via via in presenza è lo scopo di questo libro. [4]

(Giorgio Rumi, Gioberti, il Mulino, Bologna 1999).

Le riflessioni svolte nei tre blocchi di testo precedenti (in particolare nel secondo e terzo) motivano lo scopo del libro, che viene enunciato chiaramente, in chiusura.

 


2. Preannuncio



L’introduzione o premessa, dopo una riflessione che motiva scientificamente lo studio (come nell’esempio precedente), può preannunciare i contenuti che seguiranno (come in una specie di breve indice discorsivo: cfr. anche cap. IV).

Il presente contributo intende riferire alcuni risultati di una ricerca incentrata sulla ricostruzione delle modalità della trasmissione soaviana del pensiero estetico-retorico blairiano, e sulla fortuna della stessa in ambito italiano. [1] In particolare propongo qui le più rilevanti acquisizioni delle sezioni “introduttive” della mia indagine. In primo luogo un profilo ragionato delle Lectures, ricondotte al contesto storico-culturale in cui esse germinarono (cap. 1). In secondo luogo, l’analisi di quelle che ho definito le “ragioni della scelta” operata da Soave nel tradurre Blair (capp. 2 e 3) […] [2].

(Francesca Tancini, Soave traduttore-divulgatore delle teorie retorico-estetiche di Hugh Blair, in “Acme2, LXIII, 2010, p. 164, con modifiche) 

Questo brano, diversamente dal precedente, fa parte non di una monografia (un saggio in volume) ma di un articolo di rivista scientifica ed è posto alla fine di un paragrafo intitolato premessa: dopo tre pagine in cui definisce in modo essenziale il quadro storico di riferimento del tema che verrà  affrontato, l’autrice descrive lo scopo del lavoro e come questo è articolato. Lo scopo è enunciato in apertura: alla dichiarazione iniziale, di carattere generale [1], segue una descrizione del dettaglio (In particolare,…), articolata in due parti (In primo luogo,… In secondo luogo…), con relativi rinvii ai capitoli interni [2]. Il lettore, dopo essere stato introdotto all’argomento, viene ora informato di ciò che seguirà: viene così messo nelle migliori condizioni per poter seguire e apprezzare il lavoro. Questo modo di procedere è naturalmente consigliabile per articoli e scritti particolarmente lunghi (nella fattispecie, l’articolo consta di circa 80 pagine).


3.Guida alla lettura



L’autore può anche ritenere utile inserire nell’introduzione indicazioni e suggerimenti che possano essere per il lettore in una sorta di rapida guida alla lettura. In un libro divulgativo di fisica intitolato
Urne e camaleonti, l’autore fornisce ad esempio qualche consiglio sull’uso di alcuni paratesti, come la postfazione e l’appendice.

Il lettore che non voglia arrivare all’ultimo capitolo per capire cosa abbiano a che vedere le urne e i camaleonti con la realtà, le leggi del caso e la teoria quantistica può leggere la postfazione.

L’appendice alla fine del volume contiene una sintesi di tutti i punti essenziali del dibattito, con i riferimenti dei paragrafi in cui sono discussi, ed è stata inserita per aiutare il lettore a non perdere le fila di un ragionamento che le esigenze contrapposte di chiarezza e di completezza hanno reso più lungo del previsto.

(Luigi Accardi, Urne e camaleonti, il Saggiatore, Milano 1997)

 

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Stefano Telve

Insegna Linguistica italiana all’Università della Tuscia di Viterbo.

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