Progettare il paratesto:
l'Avvertenza e la Nota al testo

a cura di Stefano Telve



Su questo argomento consulta anche il par. 2.3.1 del volume Scrivere all’università di Riccardo Gualdo, Lucia Raffaelli e Stefano Telve.

L’esigenza di prevedere un’Avvertenza o una Nota al testo è particolarmente frequente nel caso delle traduzioni. Spesso, infatti, il traduttore ritiene giustamente opportuno segnalare al lettore le ragioni di alcune scelte terminologiche e traduttive particolarmente importanti per la comprensione del testo.

I problemi traduttivi variano molto, tra l’altro, anche in relazione al tipo di testo. Qui di seguito sono riportati due brani, tratti da un trattato scientifico e da un’opera letteraria.


1. La traduzione di un trattato scientifico


Riportiamo qui un esempio tratto dalla traduzione di un saggio del sociologo Max Weber. 

Per la traduzione italiana si è ovviamente fatto riferimento, oltre che al pionieristico lavoro di O. Padova (Bompiani, Milano 1950, 19792), anche alla traduzione de La Città per mano di F. Casabianca, contenuta in Max Weber, Economia e società, a cura di Piero Rossi, Comunità, Milano 1961 (19802). Per la resa italiana di alcuni termini particolarmente significativi del lessico weberiano si è in particolare tenuta in ampia considerazione la fondamentale Avvertenza del curatore di quella edizione. [1]

In apertura, il traduttore dichiara di aver tenuto in debito conto le traduzioni precedenti (che non possono essere naturalmente ignorate da chi si dedica a questa operazione) nonché con le riflessioni svolte dal curatore in una apposita avvertenza.

In alcuni casi, tuttavia, si è preferito adottare soluzioni differenti, di cui conviene qui dare brevemente conto.

Nel quadro dell’annosa questione del rapporto tra i termini tedeschi Herrschaft e Macht, la cui resa italiana è inevitabilmente connessa a quella del termine Gewalt, si è scelta una soluzione diversa da quella che vuole il primo e il terzo termine tradotti con “potere” e il secondo con “potenza”. Si è piuttosto cercato, per quanto possibile, di distinguere la traduzione a seconda dei contesti. Per Macht è valso quindi, a seconda dei casi, il binomio “potere” e “potenza”, per Gewalt, per cui è da intendersi un “potere” che si concreta in una qualche forma istituzionale, accanto a “potere” si è talvolta adoperato “autorità”. Herrschaft, anche in riferimento alla sua etimologia, è stato reso di norma con “dominio”, e più raramente con “signoria”, ma anche, soprattutto nei contesti e nelle locuzioni più astratte, con “sovranità” e, naturalmente, anch’esso con “potere” […] [2].

(Max Weber, Economia e società. La città, a cura di Wilfried Nippel, Donzelli Editore, Roma 2003, traduzione di Massimo Palma)

Denunciato il debito contratto con quanto è stato detto e fatto in precedenza a proposito della traduzione dell’opera, il traduttore dichiara in apertura una scelta diversa (tuttavia…), sia pure circoscritta (In alcuni casi, …), che viene illustrata e motivata nel dettaglio nelle righe che seguono. 


2. La traduzione di uno scritto letterario

Altrettanto avviene per scritti di carattere letterario, dove a questioni di precisione terminologica (come nel caso del saggio sopra citato) se ne uniscono altre di carattere stilistico. Le difficoltà incontrate da un traduttore di fronte a un grande classico (Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain) e le soluzioni che sono state trovate vengono esposte dal traduttore in una nota premessa al testo.

In una nota introduttiva, presente nella prima edizione del suo romanzo (pubblicato il 19 dicembre 1884 Inghilterra in Canada, il 18 febbraio 1885 negli Stati Uniti), Mark Twain, ossia Samuel Langhorne Clemens, scrisse: “In questo libro sono stati usati numerosi dialetti, tra cui quello dei negri del Missouri, certe forme estreme di dialetto presenti nei territori del Sud-Ovest, il normale dialetto del Missouri, e quattro differenti varietà di quest’ultimo”. Con la sua abituale ironia, l’autore specificò non solo di avere usato quei dialetti grazie alla sua personale familiarità con essi, ma anche che aveva ritenuto di aggiungere quella nota introduttiva per quei lettori tentati di pensare che i personaggi del suo Le avventure di Huckleberry Finn cercassero di parlare una lingua uniforme senza riuscirvi. [1]

In apertura il traduttore ricorda un giudizio espresso dall’autore stesso a proposito della lingua, o meglio dei dialetti, usati nella caratterizzazione dei personaggi.

Da un punto di vista linguistico, la ricchezza di questo romanzo è straordinaria. E in almeno un’occasione Twain fa parlare in rima lo schiavo negro Jim, in quella che probabilmente è una delle prime tracce scritte del re, nato come forma di racconto orale in rima proprio tra i raccoglitori di cotone delle piantagioni del Sud, prima di emigrare con essi nelle grandi città industriali del Nord, come ad esempio Detroit. Twin usa gimme anziché give me e scrive foteen al posto di fourteen, cogliendo alla perfezione il “parlato” dei suoi contemporanei. E mettendo il racconto in bocca a un teppista ante litteram come Finn, che a scuola ci va raramente e in ogni caso mai volentieri, opera uno scempio (scientifico) della grammatica e della sintassi. [2]

Nel secondo blocco di testo, si dà dunque saggio delle espressioni e del colorito linguistico di alcuni personaggi di cui si è parlato in termini generici e introduttivi nelle battute d’inizio [1]. 

La storia di Huck e della sua fuga in zattera lungo il Mississippi con il negro Jim, fino al ricongiungimento col compagno di scorrerie Tom Sawyer negli ultimi capitoli di un libro che nacque come proseguimento del precedente Le avventure di Tom Sawyer, era del resto tra le preferite di Ernest Hemingway, che citava sempre Mark Twain tra i suoi autori fondamentali: e non a caso, naturalmente, visto che fin dai suoi esordi anche l’autore di Fiesta lavorò molto duramente per riuscire a ricreare sulla pagina la lingua della strada, cosa per cui venne assai criticato. Molti, tra cui Joyce Carol Oates, considerano Le avventure di Huckleberry Finn il grande romanzo americano. Altri, come Thomas Stearns Eliot, lo considerano l’unico vero capolavoro di Mark Twain. Di sicuro Le avventure di Hucleberry Finn è un romanzo-mondo, scritto superbamente, e divertentissimo. [3] 

Il traduttore ricorda che l’opera di cui si sta parlando, per la sua caratterizzazione linguistica e per il profilo dei suoi personaggi, ha rappresentato un modello per molti altri importanti scrittori successivi.

Huck Finn, in quanto ribelle adolescente refrattario a qualsiasi forma di autorità e di imposizione, sta all’origine di Holden Caulfield e di tutti ribelli adolescenti della letteratura nordamericana. Il fiume Mississippi, che Twain conobbe a fondo in gioventù per averci lavorato come pilota su un battello, è al tempo stesso uno dei protagonisti principali del libro e una metafora. Ma la storia di Huck Finn e del suo lungo viaggio, al termine del quale l’ormai ex ragazzino verrà a sapere della morte del padre e però subito progetterà di ripartire con i suoi compagni d’avventura (questa volta per i Territori Indiani), è anche una grande saga sulla democrazia americana e sugli americani, in genere timorati di Dio ma sempre felici di impiccare un negro (e quando si parla di leggi razziali bisognerebbe ricordarsi ogni volta di aggiungere che gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto le loro fino alla seconda metà del Novecento). A questo proposito certe battute, lette oggi, restano magistrali (“si è fatto male qualcuno?”, “no, ha solo ucciso un negro” “Per fortuna!”). All’epoca di Mark Twain, ossia di Samuel Langhorne Clemens, l’odierna dittatura del “politically correct” non esisteva. E il suo Huck è politicamente scorrettissimo. [4]

Successivamente, si osserva che quanto narrato dall’autore non è solo la storia di un ragazzino ma può essere considerato un emblema e una metafore della società e della mentalità americana dell’epoca. [4]

Da parte mia, ho cercato di non correggere gli errori di Huck, che in questa versione del libro non usa quasi mai il congiuntivo, e non volendo ovviamente ricorrere ai dialetti della valle del Po o di altre regioni italiane mi sono limitato a tradurre dove possibile lo scempio operato da Twain sulla grammatica e sulla sintassi americane con il mio personale scempio della grammatica e della sintassi italiane. “Gli esseri umani sanno essere davvero crudeli tra loro,” dice a un certo punto Huck Finn, quando dopo l’ennesimo tentativo di truffa il re e il duca, suoi ex compagni di viaggio, vengono incatramati e ricoperti di piume. Spero non mi incatramiate né ricopriate di piume voi, dopo aver letto questa mia versione dell’Huckleberry Finn. Che, lo ammetto, è stata una fatica, ma più che altro una fortuna e un divertimento. [5]

(Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, Feltrinelli, Milano 2005, traduzione a cura di Giuseppe Culicchia)

Dopo aver accennato ai dialetti che caratterizzano l’opera in [1] e in [2], averne ricordata l’importanza per la letteratura non solo americana in [3] e avere accennato al valore metaforico che questa assume in [4], il traduttore torna a parlare, in conclusione, della lingua e dunque delle proprie scelte traduttive in [5], invocando infine la benevolenza del lettore.

 

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Stefano Telve

Insegna Linguistica italiana all’Università della Tuscia di Viterbo.

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