Intorno al testo:
immagini, oggetti, didascalie.

a cura di Riccardo Gualdo



Un testo è qualcosa di più di una semplice sequenza di parole: è l’intreccio ordinato di più messaggi, spesso espressi in codici diversi. Al testo verbale vero e proprio possono affiancarsi testi che contengono simboli, come formule e grafici; anche questi simboli hanno spesso una traduzione in parole, ma chiamano in causa modi diversi di rappresentare concetti o processi. Ancora, al testo verbale possono affiancarsi disegni e fotografie, che usano un codice iconico, assai diverso, per tanti aspetti, da quello linguistico. E infine, negli ipertesti e nei prodotti multimediali diffusi su supporti fissi (Cd-ROM, DVD, e simili) o consultabili in rete, il testo scritto convive anche con materiali sonori o audiovisivi (fissi o in movimento). La convivenza di messaggi realizzati con codici diversi è qualcosa che sperimentiamo in modo del tutto naturale: ogni giorno i nostri sensi entrano in contatto con oggetti, persone, eventi che inviano – in modo consapevole o inconsapevole – informazioni e segnali di vario tipo. Ma se è vero che siamo abituati a percepire e a interpretare i tanti segnali che ci arrivano dal mondo esterno, progettare un testo che contenga messaggi verbali e non verbali è un’operazione ben più complessa, che chiama in causa competenze non solo linguistiche, ma più largamente semiotiche (la semiotica è la scienza che studia i segni, i rapporti tra i segni e ciò che rappresentano, e i molti modi in cui i segni possono essere usati). Quando scriviamo una tesina o una tesi universitaria al computer, con un elaboratore di testi, usiamo soprattutto i segni linguistici che si fissano sullo schermo, che ci appare più o meno come un foglio bianco, sotto forma di caratteri tipografici che vanno a riempire in modo regolare lo spazio procedendo da sinistra a destra e dall’alto verso il basso. La sensazione somiglia a quella che si prova scrivendo con una penna su un foglio di carta, ma è in effetti molto diversa. In un altro Laboratorio ci occupiamo di alcune funzioni grafiche caratteristiche degli elaboratori di testo. Qui riflettiamo sul testo al computer come ipertesto, in grado di accogliere altri materiali oltre a quelli linguistici, verbali. Il termine ipertesto, inventato da Ted Nelson nell’ormai lontano 1965, indica qualsiasi insieme strutturato di unità di informazione (nodi) e di collegamenti tra queste (link). Un ipertesto è un testo concepito per una lettura multisequenziale: il lettore può scegliere tra i vari nodi per cominciare il suo percorso all’interno del testo. Costruire un ipertesto è un’operazione complessa, anche se oggi gli strumenti a nostra disposizione la rendono molto più semplice e veloce di quanto non fosse solo venti o dieci anni fa. I consigli che trovate qui di seguito riguardano operazioni più semplici, come inserire immagini o grafici; e soprattutto servono a capire come collegare nel modo migliore questi oggetti (così sono chiamati negli elaboratori di testo) ai testi scritti che li accompagnano, di volta in volta con diverse funzioni.

Su questo argomento consulta anche il par. 2.2.2 del volume Scrivere all’università di Riccardo Gualdo, Lucia Raffaelli e Stefano Telve.



1. Perché inserire un oggetto nel testo


Gli oggetti grafici e iconici, specialmente se ad alta definizione [o risoluzione?], “pesano” molto in termini di byte, cioè di insiemi di unità di informazione digitali. Per esempio, il testo che accompagna l’immagine dell’incontro tra Giorgio Napolitano e Fabiola Gianotti (vedi più avanti al punto 3), occupa, da solo, 23 kilobyte; lo stesso testo, salvato insieme alla fotografia a colori che gli si affianca, occupa 1101 kilobyte, cioè quasi cinquanta volte tanto. Questa semplice osservazione ci fa capire che inserire immagini è costoso, in termini di quantità materiale di informazioni. Perciò le immagini vanno inserite solo se sono veramente utili a completare quello che viene detto nel testo verbale. D’altra parte, il codice iconico è spesso più adatto di quello verbale, linguistico, a rendere visibile una relazione, una tendenza o un processo (si pensi a un grafico), a consentire un confronto. Le immagini, inoltre, danno più vivacità e attrattività al testo, alleggerendo il processo di lettura, ma anche favorendo una migliore memorizzazione dei concetti.

In termini di economia di risorse, la prima regola da seguire è quella di evitare le immagini puramente decorative; la seconda, quella di selezionare con cura le immagini davvero necessarie e scegliere quelle più adatte a svolgere una funzione informativa all’interno del testo.

Per capire come selezionare le immagini, occorre ricordare alcune distinzioni essenziali tra codice linguistico e codice iconico.

Quando ascoltiamo qualcuno parlare, il nostro orecchio percepisce informazioni sequenziali secondo un ordine imposto da chi parla, e lo stesso fa il nostro occhio quando legge un testo scritto (da noi stessi o da altri). Di fronte a un’immagine, invece, l’occhio percepisce informazioni non più sequenziali, bensì simultanee, e può muoversi con molto maggiore libertà e autonomia di scelta, influenzato solo parzialmente dalle scelte dell’autore dell’immagine in merito a colori, punto di vista, disposizione degli oggetti rappresentati e messa in risalto di dettagli, ecc. Anche nella scelta tra una fotografia e un disegno bisognerà ricordare almeno le qualità essenziali di questi due diversi sistemi di rappresentazione iconica: una fotografia è un’icona ad alto contenuto analogico, che suscita forte impatto emotivo e dà una sensazione di realtà e concretezza; il disegno è più adatto a mettere in evidenza i particolari dell’oggetto rappresentato, ed è quindi preferito negli studi naturalistici (botanica, zoologia, ecologia) e nella rappresentazione di strumenti tecnici.

Ogni segno, linguistico (scritto o orale) e non linguistico (sonoro, olfattivo, tattile, iconico, ecc.) che trasmette un messaggio completo si può considerare un testo. Ma ogni testo è inserito in un contesto spazio-temporale, sociale (i rapporti tra gli individui servono a regolare i significati) e culturale (pensiamo al diverso valore dell’immagine di una croce in un paese cristiano e in un paese islamico). Anche se il messaggio è completo, il contesto in cui compare può aiutare a comprenderlo meglio o, anche, al contrario, sconvolgere le attese del destinatario producendo, spesso volutamente, effetti di ironia o di comicità.

Le cose si complicano ulteriormente se più messaggi, espressi con codici diversi, convivono in uno stesso spazio o si susseguono uno dopo l’altro: ciascun segno entrerà in relazione con quelli che lo affiancano, lo precedono o lo seguono producendo un fascio di nuovi e più complessi effetti semiotici. Nel rapporto tra segni verbali e segni iconici i primi possono essere necessari per completare i secondi, e viceversa: una frase lasciata a metà, può essere resa del tutto comprensibile se associata a un gesto o a un semplice movimento del viso, o se inserita in un contesto extralinguistico che la rende trasparente grazie ai valori sociali o culturali che l’osservatore le associa. Quando parliamo o quando scriviamo, dobbiamo sempre metterci nei panni del nostro destinatario e adeguare le scelte lessicali, sintattiche e stilistiche alle sue conoscenze (per esempio usando le parole appropriate al tema trattato e spiegando i concetti più difficili). A maggior ragione, quando al testo verbale associamo disegni, fotografie o grafici, dobbiamo pensare a come li interpreterà il nostro futuro lettore. Per aiutarci, possono essere molto utili tre concetti, uno di natura testuale e due di natura semiotica: l’enciclopedia mentale, il rumore e la ridondanza. 


2. Enciclopedia mentale, rumore e ridondanza



L’enciclopedia mentale è l’insieme di conoscenze, sociali e culturali, che possiamo presupporre nel nostro destinatario. Ricordiamo, come abbiamo già osservato in Scrivere all’università (par. 2.2.2, p. 84) che il nostro destinatario ideale è un lettore esterno, che non conosce affatto o conosce poco l’argomento di cui ci stiamo occupando. Tuttavia, se la nostra ricerca è una tesi di laurea che sarà discussa in un ateneo italiano, possiamo dare per scontate molte conoscenze enciclopediche (l’enciclopedia mentale, appunto, fatta di un insieme di nozioni culturali e sociali) comuni a tutti gli italiani adulti, tra i quali possiamo collocare anche il nostro ipotetico lettore esterno. La consapevolezza di queste conoscenze ci sarà estremamente utile per pianificare il nostro testo e immaginarlo nel contesto in cui sarà letto o ascoltato (l’esame della tesi da parte della Commissione, la sua discussione finale davanti a un uditorio, la sua eventuale pubblicazione, ecc.). Il rumore e la ridondanza sono due concetti semiotici particolarmente importanti per l’invio e la ricezione di un messaggio. Qualsiasi messaggio, anche il più semplice e nitido, è associato a un rumore, cioè a un insieme di disturbi, casuali o tipici del canale di trasmissione, che possono renderlo meno chiaro: pensiamo alla luce esterna o artificiale quando osserviamo un quadro, al rumore del traffico o ai disturbi della linea quando parliamo al telefonino, alla qualità della stampa quando leggiamo un libro o alle dimensioni dello schermo quando scorriamo un testo al computer. Anche quando avviciniamo un testo verbale e un messaggio iconico, tra i due codici può crearsi rumore, perché non tutte le parole scritte possono avere un diretto rapporto con le immagini che convivono nella stessa pagina, e anche alcuni dettagli o alcune caratteristiche dell’immagine possono creare ambiguità di interpretazione rispetto a quanto vi si trova scritto accanto. La ridondanza è lo strumento che serve, par l’appunto, a ridurre le interferenze, gli effetti di rumore, che possono rendere meno comprensibile un segnale.

Esistono molti tipi di rumore e diverse tecniche per eliminarlo, ma qui ci occuperemo solo – e sinteticamente – dei rumori che possono ostacolare la comprensione di un insieme di parole e immagini in un testo scientifico come la tesi di laurea, e di come la ridondanza può aiutare a ridurli o a eliminarli del tutto. Il più semplice strumento per produrre ridondanza è la ripetizione. Nel testo verbale l’immagine viene evocata semplicemente nominandola: «La rappresentazione grafica del teorema di Talete è visibile qui a sinistra, nel disegno n. 2». Queste parole annunciano l’esistenza di una rappresentazione grafica del teorema che è stato appena enunciato (con parole e simboli), ci dicono che è visibile, ci dicono dove (qui a sinistra), usando un avverbio e una locuzione avverbiale in funzione deittica (cioè come indicatori), e definiscono infine l’oggetto iconico che rappresenta il teorema come un disegno, dotato di un numero d’ordine (n. 2, notiamo anche l’abbreviazione convenzionale n. per numero) identificandolo tra altri disegni che appaiono, prima o dopo, nelle pagine della tesi. Tutte queste informazioni, compresa la ripetizione del tema (teorema di Talete), sono ridondanti, cioè servono ad annullare o a ridurre al massimo il rumore prodotto da una possibile difficoltà di associazione tra parole e immagini.

Il codice linguistico è molto forte per produrre ridondanza; ma anche quello iconico può essere strutturato in modo tale da produrre effetti di ridondanza e annullare i rumori. Nel disegno che raffigura il teorema di Talete, l’aggiunta delle lettere e dei numeri per identificare correttamente le rette e i punti (anche qui secondo un codice convenzionale della rappresentazione geometrica secondo cui le rette sono indicate con lettere minuscole e i punti con lettere maiuscole) è un elemento di ridondanza, essenziale per comprendere l’enunciato del teorema. Elementi simbolici possono essere aggiunti anche su immagini che, in origine, ne sono prive, per facilitare l’aggancio con i testi che corredano l’immagine e mettere in evidenza alcuni dettagli essenziali alla comprensione. Inoltre, l’immagine stessa può essere modificata, selezionandone un dettaglio, mettendo a fuoco o riproducendo a colori solo la parte che più ci interessa, giocando sugli effetti di contrasto, di ombreggiatura, di saturazione dei colori (naturalmente, a patto che questi interventi siano tutti spiegati al lettore). Infine, soprattutto quando si vuol dar conto di un processo, per esempio nella descrizione di un esperimento, le immagini possono essere ripetute in una particolare sequenza, evidenziando di volta in volta le fasi del processo.

La regola base del testo scientifico è che i possibili effetti di rumore vanno ridotti al minimo, e che poco o nulla deve essere lasciato implicito, aperto a più possibili interpretazioni da parte del lettore. Esattamente il contrario di quanto accade, in genere, nel testo letterario e, in particolare, al testo poetico. In conclusione, occorre osservare che la ridondanza, indispensabile per ottenere la massima chiarezza e per ridurre al minimo i rischi di ambiguità, può a volte appesantire la lettura del testo. Vale, a questo riguardo, il consiglio di rileggere con attenzione il testo dopo la stesura finale, e di farlo rileggere a qualcun altro, che ci aiuti tanto a colmare le possibili lacune informative, quanto a correggere le ridondanze eccessive, semplificando qualche passaggio.


3Dove e come collocare un oggetto rispetto al testo



Dove collocare l’oggetto da inserire nel testo? Anche nel scegliere la posizione e la disposizione delle immagini nel testo è bene seguire alcune regole, ispirate ai principi di ordine e regolarità grafica, di economia / rilevanza e di pertinenza. Ordine e regolarità grafica: le immagini vanno inserite secondo l’ordine in cui sono richiamate – in modo esplicito o implicito – nel testo, e vanno disposte, possibilmente, rispettando i margini e le dimensioni del campo di scrittura (cfr. Scrivere all’università, par. 3.2.1); quando l’immagine ha un orientamento facilmente riconoscibile (per esempio, in un ritratto, il volto è rivolto a destra o a sinistra), è buona norma disporla nella pagina in modo che guardi verso l’interno e verso il testo che la accompagna (si vedano, più oltre, gli esemi della Gioconda e del Mosè). Economia e rilevanza: è bene non affollare la pagina di troppe immagini e dar loro dimensioni che siano coerenti con l’impaginazione complessiva ed equilibrate rispetto alle parti scritte, ma anche sufficienti a garantirne una buona leggibilità nella pagina (il principio vale a maggior ragione per i grafici, che spesso contengono simboli e testi indispensabili per una loro corretta comprensione e quindi da stampare in dimensioni adeguate); occorre poi fare attenzione a mettere in risalto solo le parti principali dell’immagine, per esempio selezionandone un dettaglio), e a progettare i grafici puntando solo alle informazioni davvero indispensabili per comprendere il fenomeno rappresentato; infine, bisogna evitare di distorcere i dati, riproducendo l’immagine con un orientamento diverso da quello che ha in realtà, modificandone i colori, alterando i rapporti di scala nelle rappresentazioni grafiche. Pertinenza: l’immagine va collocata il più vicino possibile al testo che la richiama; se ciò non è possibile per esigenze tipografiche o perché l’immagine occupa un’intera pagina, bisogna curare con la massima attenzione i richiami tra immagine e testo.

Come mettere in rapporto un’immagine o un grafico rispetto al testo in cui è inserito? L’immagine o l’oggetto che completa il testo verbale di una pagina si presenta da sola all’occhio del lettore e può, in molti casi, avere un valore e un significato autonomi dal testo in cui è inserita, soprattutto se è accompagnata da una didascalia ben fatta. Viceversa, il testo verbale nel quale l’autore ha ritenuto utile inserire un’immagine deve rinviare in qualche modo all’immagine stessa. Il rinvio può essere implicito, come nel secondo esempio di immagine e didascalia (l’incontro tra Giorgio Napolitano e Fabiola Gianotti): il lettore comprende facilmente il rapporto che c’è tra testo e immagine, senza bisogno che il testo “citi” l’immagine. In un testo di tipo informativo-argomentativo, tuttavia, è utile, ed è in genere anche opportuno, che il rinvio sia esplicito. Per farlo, l’autore potrà adottare due strumenti: 1) un numero o una lettera (o, anche, un insieme di numero e lettera, nei casi di più immagini collegate tra loro) per identificare con precisione l’immagine a cui si riferisce (vedi l’esempio della Gioconda); 2) un insieme di segni verbali, cioè di segnali discorsivi o di deittici (cioè indicatori), che rinviano in modo esplicito all’immagine di cui si parla, consentendo a chi legge di trovarla con sicurezza (vedi l’esempio del teorema di Talete).

Infine, l’oggetto inserito nella pagina, se non ha solo una funzione ornamentale (ma allora è sbagliato inserirlo in un testo di natura informativo-espositiva e argomentativa come una tesi universitaria), deve essere accompagnato da una didascalia, che va collocata sempre sotto l’immagine, allineata con il margine sinistro di questa, e stampata in corpo minore rispetto a quello del testo, scegliendo lo stesso carattere del testo principale, preferibilmente con grazie, e il formato minuscolo. 


4Dove e come collocare un oggetto rispetto al testo



Rispetto all’immagine alla quale si accompagna, la didascalia può svolgere varie funzioni. La più semplice e diffusa è quella che potremmo chiamare di etichettatura: un po’ come l’etichetta di un prodotto, la didascalia dà a chi la legge alcune informazioni essenziali per identificare l’immagine, tanto nel caso che questa sia universalmente nota, quanto nel caso che sia poco nota o del tutto sconosciuta. 

Nel 1516 Leonardo arriva a Parigi, alla corte di Francesco I, e porta con sé il piccolo olio su tela (77 x 53 cm) che secondo  alcune fonti ritrarrebbe Lisa Gherardini (da cui deriva il nome di “Monna Lisa”), moglie di  Francesco del Giocondo.










Il teorema di Talete afferma che «un fascio di rette parallele intersecanti due trasversali determina su di esse classi di segmenti direttamente proporzionali. »; prese tre parallele  a, b, c taglianti due rette trasversali  t1 e t2 - rispettivamente nei punti A B C e A' B' C' -, il rapporto tra i segmenti omologhi dell’una e dell’altra è sempre costante, secondo la formula seguente: AB : A'B'= BC: B'C'. La rappresentazione grafica del teorema di Talete è visibile qui a sinistra, nel disegno n. 2.




In questi due primi esempi, notiamo che la didascalia accompagna sia l’immagine forse più famosa del mondo, quella della Gioconda di Leonardo, sia la rappresentazione grafica di un fondamentale teorema di geometria, certamente meno riconoscibile. Nel primo caso, il testo rinvia all’immagine tramite l’indicazione “fig. 1” posta tra parentesi; nel secondo, l’indicazione avviene al tempo stesso attraverso una frase (con il forte deittico spaziale “qui [cioè in questa pagina] a sinistra”), e ancora con un numero.

 

Tra testo della didascalia e immagine, secondo il noto studioso di semiotica francese Roland Barthes, si possono instaurare due rapporti fondamentali: un rapporto di ancoraggio (in francese ancrage) e un rapporto di collegamento (in francese relais). La didascalia “àncora” l’immagine a un preciso riferimento, delimitandone il senso e riducendone le ambiguità. Una tipica funzione di ancoraggio è quella svolta, scrive Barthes, dalle didascalie delle immagini di cronaca, che ci dicono chi è il personaggio in primo piano o qual è la località raffigurata nell’immagine. In questo caso, la parola è un essenziale complemento dell’immagine: senza la parola, l’immagine sarebbe difficilmente comprensibile per l’osservatore; d’altra parte anche la didascalia, priva dell’immagine a cui si riferisce, non avrebbe significato. Diversa, e più complessa, la funzione di collegamento. La didascalia collega tra loro due segni (uno iconico e uno verbale) che sarebbero comprensibili anche da soli, ma che lascerebbero spazio a più interpretazioni possibili: la loro unione fa vita a un terzo e più ricco messaggio, fatto al tempo stesso di parole e immagini.

Un esempio di ancoraggio. Leggiamo il testo seguente, che potrebbe essere il resoconto di un evento pubblicato in un quotidiano locale o, anche, nella sezione informativa di una tesina o di una tesi dedicata alla ricerca sulle particelle elementari (se l’autore, per esempio, avesse assistito alle conferenze che vengono menzionate nel testo).

Il 28 febbraio 2013 Fabiola Gianotti, ricercatrice al CERN e specialista internazionale di fisica delle particelle, ha partecipato a due manifestazioni organizzate nella città di Aosta. In mattinata, è intervenuta a un incontro-dibattito pubblico dedicato alle prospettive della ricerca sulle particelle elementari, ospitato nel Palazzo della Regione; nel pomeriggio, a La Thuile, ha preso parte a una tavola rotonda sulle tecniche per studiare il famoso “bosone di Higgs", la cosiddetta “particella di Dio”. 






Per prima cosa, è evidente che la foto che accompagna il testo non raffigura nessuno dei due incontri di cui il testo parla; perché non risulti solo un elemento decorativo, una didascalia è necessaria. Ma che genere di didascalia? In questo caso, per chi legge il testo a sinistra, è evidente che la donna a destra nella foto è Fabiola Gianotti; ma supponiamo che l’immagine fosse isolata: non tutti gli osservatori riconoscerebbero la ricercatrice; e anche in presenza del testo, potrebbero non associare immediatamente l’immagine, non certo nota al grande pubblico, con il nome. Diverso il discorso per l’uomo che compare a sinistra, che nessun italiano faticherebbe a identificare, almeno nel secondo decennio del 2000, col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La didascalia più semplice, dunque, potrebbe essere “Fabiola Gianotti e Giorgio Napolitano”, dove appare in prima posizione il personaggio la cui immagine è meno nota, ma che è anche il più importante per il nostro testo. Se vogliamo limitarci ai due nomi, forse sarebbe meglio scrivere «Fabiola Gianotti con Giorgio Napolitano», in modo da segnalare, se mai il lettore non lo avesse già capito, che l’immagine riguarda un momento diverso da quello di cui si parla nel testo.

In entrambe le soluzioni, la didascalia “àncora” l’immagine a una persona precisa, dando alla fotografia, altrimenti di non immediata interpretazione, un significato univoco, non incerto. Il testo, nel caso dell’ancoraggio, tende a prevalere sull’immagine, anche se questa fornisce informazioni aggiuntive sul tema o sulle persone di cui nel testo si parla.

Ma la didascalia potrebbe essere un po’ più articolata, proprio perché l’immagine non è ricavata dall’evento di cui si parla nel testo. Una didascalia più precisa e completa potrebbe essere: «Fabiola Gianotti riceve da Giorgio Napolitano l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana (24 settembre 2012)». Come si vede, ancora una volta è il testo a predominare sull’immagine, chiarendo al lettore qual è l’oggetto che la donna sulla destra tiene in mano e il motivo per cui si trova col presidente Napolitano. La didascalia offre inoltre un preciso riferimento temporale, che ci dà allo stesso tempo due informazioni: ci dice la data in cui la ricercatrice è stata premiata da Napolitano, e ci dice che si tratta di un momento diverso da quello a cui il testo che affianca l’immagine si riferisce (28 febbraio 2013).

Cosa si potrebbe aggiungere? Si potrebbe aggiungere, per correttezza, da dove proviene la fotografia, che sicuramente non è stata scattata da chi scrive. Ma anche noi, in questo caso, non conosciamo la fonte (e nemmeno l’autore) della fotografia, e ci limitiamo dunque a un suggerimento di buona regola scientifica.

Un esempio di collegamento. Come abbiamo detto, si ha collegamento tra didascalia e immagine, secondo Barthes, quando l’una completa l’altra contribuendo a formare un senso più preciso e ricco al tempo stesso, a partire da due messaggi che, isolati, sarebbero sì autonomi e comprensibili, ma potrebbero essere interpretati in più modi diversi. Proviamo a fare un esempio, accostando un’immagine a un testo che potrebbe comparirle accanto nella pagina (attenzione: anche in questo caso, come nel precedente, non si tratta della didascalia). 

Alla corte di papa Giulio II Michelangelo avviò la realizzazione della monumentale tomba del pontefice nella chiesa di san Pietro in Vincoli. La qualità raggiunta dall’arte di Michelangelo nella figura del Mosè viene così sintetizzata dal Vasari:
«E similmente finì un Moisè di cinque braccia di marmo, alla quale statua non sarà mai cosa moderna alcuna che possa arrivare di bellezza, e de le antiche ancora si può dire il medesimo, avvenga che egli con gravissima attitudine sedendo, posa un braccio in su le tavole che egli tiene con una mano e con l'altra si tiene la barba, la quale nel marmo svellata e lunga, condotta di sorte, che i capegli, dove ha tanta difficultà la scultura, son condotti sottilissimamente piumosi, morbidi e sfilati d'una maniera, che pare impossibile che il ferro sia diventato pennello» (Giorgio Vasari, Vita de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, Firenze-Torino, 1886). Alla storia di questa celebre statua s’ispira anche l’aneddoto secondo cui lo scultore, deluso dal fatto che un’opera di tale bellezza dovesse restare muta, avrebbe colpito col martello un ginocchio della statua esclamando “perché non parli?”.


Il volto del capolavoro michelangiolesco è talmente celebre da non aver bisogno di una didascalia; ma altrettanto celebre, tanto da essere diventato proverbiale, è l’aneddoto sul gesto di stizza del grande scultore. Supponiamo che accanto al dettaglio del Mosè comparisse la semplice didascalia «Perché non parli?». Il testo della didascalia potrebbe anche comparire da solo, senza appoggiarsi ad alcuna immagine, oppure accostarsi a molte altre immagini; accanto alla foto, assume un senso preciso e facilmente comprensibile per il lettore. Ma anche il volto di Mosè, per quanto noto e quindi facilmente riconoscibile, si presterebbe – se isolato – ad essere associato a testi di vario tipo, per esempio a corredare il racconto di un episodio della Bibbia, o una galleria di celebri ritratti virili; la didascalia lo completerebbe restringendo il ventaglio delle possibili associazioni al noto episodio della vita di Michelangelo. In questo caso, dunque, il rapporto di simbiosi, cioè di interdipendenza, tra i due codici è molto forte ed evidente.

Potremmo aggiungere un’altra osservazione. Consideriamo stavolta non la didascalia, bensì la citazione tratta dalla Vita di Michelangelo del Vasari: stavolta, tra testo e immagine c’è un rapporto di ancoraggio, ma è l’immagine a prevalere sul testo, poiché fa vedere al lettore proprio il dettaglio della barba di Mosè, con i capegli (cioè i peli) così «sottilissimamente piumosi, morbidi e sfilati» come li descrive il grande storico dell’arte cinquecentesco.

Concludiamo questo approfondimento esaminando gli elementi essenziali di una didascalia.

La didascalia di un testo a stampa (un po’ diverso il caso del testo riprodotto su uno schermo, come nelle presentazioni) comprende due elementi essenziali, indispensabili, e un terzo elemento aggiuntivo, non obbligatorio, ma spesso molto utile. Gli elementi essenziali sono il numero e il testo descrittivo. Il numero serve a due cose: 1) a collocare l’immagine all’interno di una sequenza ben precisa, e logicamente ordinata; 2) a rinviare all’immagine dall’interno del testo principale, in un modo facilmente interpretabile da chi legge. Il testo della didascalia, di tipo descrittivo, dovrebbe essere semplice ed essenziale, cioè dare tutte e solo le informazioni strettamente necessarie per comprendere l’immagine (in base alle esigenze dell’autore, che naturalmente possono variare a seconda degli obiettivi della ricerca); può essere una frase completa di verbo e di articoli e preposizioni, oppure – più spesso – una frase nominale, senza verbo e in genere anche senza articoli e altri elementi grammaticali. Didascalie molto analitiche possono contenere più frasi, a sostegno di una descrizione minuziosa dei dettagli dell’oggetto raffigurato, e funzionare così da complemento indispensabile al testo principale della pagina.  Un terzo elemento, non indispensabile, della didascalia, è l’indicazione della fonte da cui proviene l’immagine o l’oggetto inserito nella pagina. Quando un testo è ricco di immagini, come per esempio può accadere in una tesi di laurea in storia dell’arte, è bene che queste indicazioni siano tutte raccolte in una sezione apposita del paratesto, dedicata alle referenze (cioè ai riferimenti) iconografiche: prima o dopo la bibliografia l’autore raccoglierà, nella stessa sequenza e con gli stessi numeri usati nel testo, tutte le didascalie delle immagini che ha riportato, ciascuna accompagnata dalla fonte da cui è stata raccolta. Se invece le immagini che corredano il testo non sono numerose, è più semplice riportare l’indicazione della fonte direttamente nella didascalia, racchiudendola tra parentesi tonde per distinguerla dal testo descrittivo.


5. Che cos’è una legenda? 



La parola latina legenda (letteralmente ‘cose da leggere’) indica un tipo particolare di didascalia, usato soprattutto per accompagnare carte geografiche e grafici anche di altra natura; spesso racchiusa in un riquadro interno all’immagine, la legenda riporta e spiega i varî segni convenzionali usati nell’immagine. La legenda che accompagna il disegno o la fotografia di uno strumento tecnico oppure un grafo o un diagramma di flusso potrà essere composta da una serie numerica (1,2,3, ecc.) o alfabetica (a,b,c, ecc.) in una sequenza di tipo spaziale (dall’inizio alla fine del processo, dall’alto verso il basso, da sinistra a destra) o di tipo logico (dal primo all’ultimo passaggio di un processo, dall’elemento principale a quelli secondari e accessori di una rappresentazione complessa, ecc.); oppure, potrà contenere una serie di simboli, disposti in scala di importanza e di rilevanza visiva all’interno dell’immagine (si pensi ai simboli che indicano le località, dal capoluogo di regione, alla provincia, al comune, ecc., nelle legende delle carte geografiche); o ancora, conterrà i simboli (chimici, fisici, algebrici ecc.) e le abbreviazioni (per esempio, dei nomi dei dialetti in una cartina che rappresenta le aree dialettali in un territorio) usate nell’immagine, con i relativi scioglimenti in forma piena. Nel progettare e nello scrivere una legenda, come in tutte le forme di elenco,  occorre seguire una logica ben precisa, facilmente comprensibile per il lettore, e usarla in modo sistematico e coerente.


6. Colori, movimenti e altri effetti speciali



Nella stragrande maggioranza dei casi, la tesina e la tesi sono testi a stampa. Immagini e altri oggetti in essi contenuti, quindi, non avranno la qualità del movimento né, salvo in casi molto particolari, che non possiamo esaminare in queste pagine, quella della sonorità. A questi aspetti è dedicata un’altra sezione di approfondimento di questo portale. Soffermiamoci ora rapidamente sull’uso dei colori, negli oggetti inseriti all’interno del testo e nelle didascalie. La scelta tra una fotografia o un disegno a colori o in bianco e nero (eventualmente con sfumature di grigio per ottenere effetti di profondità e volume) dipende ancora una volta dalle nostre necessità comunicative. Ricordiamo sempre che un’immagine digitalizzata a colori è molto più pesante e costosa (anche quando la si stampa) di un’immagine in bianco e nero. Il colore, d’altra parte, è molto più realistico, attira in modo più rapido e immediato l’attenzione, rappresenta meglio le dimensioni e i volumi, dà più informazioni simultanee favorendo lì apprendimento e la memorizzazione. In una tesi di storia dell’arte, la riproduzione a colori, il più possibile fedele, sarà probabilmente indispensabile per commentare al meglio le opere analizzate; lo stesso si può dire per alcune discipline scientifiche, come l’astronomia o l’anatomia, dove la fotografia di un oggetto dello spazio (una nebulosa, una stella, ecc.) o di un tessuto può essere particolarmente densa di informazioni, anche con l’aiuto di colorazioni aggiuntive rispetto a quelle naturali per far risaltare determinati dettagli. In altre discipline, per esempio in testi di ingegneria, architettura, meccanica, il colore può non essere strettamente necessario, e talora si preferisce il disegno in bianco e nero per mettere meglio in evidenza alcune caratteristiche dell’oggetto rappresentato. È insomma importante valutare bene anche la variabile colori / bianco e nero quando si pianifica un testo corredato di immagini. Per quanto riguarda le parti di testo non iconiche, cioè testi inseriti dentro le immagini e didascalie, è utile ricordare che i colori riducono la leggibilità del testo e rendono la lettura più faticosa (nei fumetti, anche quando le immagini sono a colori, i testi nelle “nuvolette” sono sempre in nero). Come strumento per evidenziare alcune parti di testo, il colore può essere senz’altro utile, ma può anche produrre un effetto di disordine, esattamente come l’uso eccessivo di altri effetti grafici come neretti, corsivi, sottolineati. Se proprio non vogliamo rinunciare all’effetto dei colori, non usiamone più di due oltre al nero del testo principale.

 
 
 

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Riccardo Gualdo

Insegna Linguistica italiana all’Università della Tuscia di Viterbo.

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