Il commento all'articolo

La polifunzionalità del participio

a cura di Fabio Rossi



Profittiamo dell’editoriale di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sulla “Repubblica” del 5 aprile 2013 per riflettere sugli usi del participio in italiano. Già nel titolo, «La nostra Repubblica fondata sulla cultura», compare un participio passato in una frase nominale. È spesso difficile, in assenza dell’ausiliare, stabilire se un participio ha valore verbale o nominale (come sostantivo o, più frequentemente, come aggettivo), dal momento che la specificità di questo modo è proprio quella di combinare (come suggerisce già l’etimo latino particeps, ‘partecipe’, per l’appunto, della natura di nome e di verbo) elementi verbali (modo e tempo) e nominali (flessione per genere e numero). Difficoltà tanto più evidente proprio nelle frasi nominali come quella del titolo appena citato (ma si vedano anche, nell’articolo: «ecco formata una società»; «se lasciati liberi di operare»; «una volta stabilita una regolazione contrattuale degli interessi in campo»; «secondo quanto già detto»; «commissionata da Giulio II e Paolo III»; «la loro non è arte perché volutacomandata, perfino imposta da altri, che non l’artista?»), in cui il participio è spesso coinvolto, proprio per la sua carica di implicitezza e di sintesi.

Vi sono, naturalmente, degli indizi che consentono di distinguere tra forme come quelle appena citate (formatalasciati ecc.) e forme indubbiamente nominali quali astratti («è un insieme di rapporti astratti di persone»), sconosciuti («perfetti sconosciuti»), presupposti («a causa dei suoi presupposti costituzionali»), aggregati («grandi aggregati di esseri umani »), assunti («obblighi assunti»), mutato («interesse mutato») ecc. Le prime, infatti, reggono complementi («fondatasulla cultura») o altre frasi («quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente [...], ecco formata una società»), oppure sono rette da frasi («persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima cerchia umana»; «se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza»), mentre le seconde forme no. Anche se questo non può certo essere un motivo sufficiente per attribuire valore inequivocabilmente verbale a una forma: come si spiegherebbero, altrimenti, costrutti, chiaramente nominali (in quanto basati su aggettivi), quali «buono a nulla», «buono per fare l’aceto», «verde dall’invidia», «cattivo da fare schifo», «cattivo che sei!» ecc.? Vi sono addirittura costrutti del tutto simili, espressi l’uno con un aggettivo, l’altro con un participio, nei quali la distinzione tra verbale (il secondo) e non verbale (il primo) appare del tutto artificiosa. Ne abbiamo un esempio anche nel nostro articolo: «non è arte la poesia di Virgilio, perché celebrativa della Roma di Cesare Augusto? E non è arte quella di Michelangelo, commissionata da Giulio II e Paolo III?».

Il consiglio che vorremmo dare agli utenti (ovvero, in questo caso, soprattutto ai docenti e agli studiosi di grammatica) è quello di non pretendere, pertanto, di stabilire sempre univocamente il valore verbale o non verbale delle forme nominali del verbo (ovvero i tre modi indefiniti infinito, gerundio e participio), l’utilità delle quali, nella lingua, risiede proprio nel loro grado di implicitezza e di polifunzionalità.

Come s’è visto in alcuni esempi, la tendenza del participio è proprio quella di perdere la natura verbale e di stabilizzarsi come aggettivo o come sostantivo. A volte, il processo è avvenuto prima in latino e, da lì, il nuovo aggettivo o sostantivo sono giunti in italiano perdendo almeno in parte la propria trasparenza etimologica. È il caso, tra i tanti, di concreto (part. pass. del verbo lat. concrescere ‘coagularsi’: «la società non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti»); perfetto (dal lat. perficere ‘compiere’: «perfetti sconosciuti»; sebbene perficere sia attestato anche nell’italiano antico e l’uso verbale di perfetto fosse allora, non più oggi, possibile: se li ’ntelletti / che muovon queste stelle non son manchi, / e manco il primo che non li ha perfetti (Dante), in dieci giorni e in manco fu perfetta / l’opra del ponticel che passa il fiume (Ariosto), come si legge in GRADIT, s.v. perficere); contesto (dal lat. contexere ‘intrecciare’: «contesto societario»); moto (dal lat. movere ‘muovere’); effetto (dal lat. efficere ‘produrre’); patto (dal lat. pacisci ‘fare un accordo’); contratto (dal lat. contrahere ‘contrarre’); proposito (dal lat. proponere ‘proporre’) e mille altri casi.

Tale tendenza alla nominalizzazione si ha anche nel participio presente (basti pensare a studente, dal lat. studerenatante, dal lat. natare ‘nuotare’, amantenon udentinon vedenti ecc.), il cui valore verbale, oggi, è ancora più raro rispetto a quello del participio passato. Raro, ma non impossibile, come si può leggere nel nostro articolo: «persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima cerchia umana» (‘come se facessero parte’...). Participi presenti con valore del tutto nominale nel nostro articolo sono: componente e committente («ma non è arte per la componente priva di libertà, esecutiva del volere del committente»; «componente scientifica»); consulente («il nostro mondo è sempre più ricco di consiglieri e consulenti e sempre meno d’intellettuali»); determinante («un fattore determinante nella qualità di tutte le relazioni sociali»; «più determinante della stessa azione politica»).

Polifunzionale il participio è anche, e soprattutto, per quanto riguarda il valore semantico associato alle subordinate participiali, che, stando per esempio al nostro solito articolo, possono assumere almeno i valori comparativo-ipotetico-causale («come facenti parte d’una medesima cerchia umana»); ipotetico («se lasciati liberi di operare»); temporale («una volta stabilita una regolazione contrattuale degli interessi in campo»); relativo («secondo quanto già detto»); relativo con sfumatura causale («commissionata da Giulio II e Paolo III»); causale («la loro non è arte perché volutacomandata, perfino imposta da altri, che non l’artista?»).

È proprio per questa elasticità semantica (già del greco e del latino) che il participio, così come il gerundio, è frequentissimo in ogni tipo di comunicazione e in ogni registro (comunque più nello scritto che nel parlato) e che, come per gli altri modi indefiniti, le tradizionali etichette logico-semantiche assegnate alle subordinate implicite sono meno utili rispetto alle omologhe etichette adottate per le esplicite.

Ai fini analitici e didattici, potrebbe infatti essere ragionevole, per le subordinate implicite, rinunciare a definizioni quali causaletemporaleipotetica ecc., per limitarsi a classificazioni meno impressionistiche, più descrittive e soprattutto univoche quali subordinata infinitivaparticipiale o gerundiva. Sempre che non si opti, come pure possibile, per la possibilità di non annoverare tra gli usi verbali nessun participio presente o passato, rinunciando, dunque, all’etichetta di subordinazione per i casi di subordinata nominale, ovvero senza un verbo di forma definita chiaramente espresso o inequivocabilmente ellittico.

Chiudiamo sempre in chiave didattica. Un utile esercizio da somministrare agli studenti di scuola media (inferiore e superiore), sempre sulla base dell’editoriale di Zagrebelsky, potrebbe essere quello di richiedere la sostituzione di tutti i participi dal valore verbale con forme definite del verbo, ovvero la trasformazione delle subordinate participiali in subordinate esplicite. L’esercizio serve proprio a far familiarizzare gli studenti con la polifunzionalità del participio.

L’articolo commentato in questo focus si presta peraltro anche a numerosi altri esercizi linguistici e spunti di discussione. Ne suggeriamo qui soltanto tre.

1. «Innanzitutto, dicendosi che l’arte e la scienza sono libere e che libero ne è l’insegnamento si dà una definizione»: che tipo di gerundio è dicendosi? È un gerundio (temporale) dal soggetto non chiaramente identificabile, visto che ha valore impersonale, come impersonale è la proposizione che lo regge («quando si dice [...] si dà una definizione»). Solitamente (anche se non è questo il caso) tale tipo di gerundio è equivoco, in quanto non lascia comprendere chiaramente quale sia il soggetto; per questo motivo se ne sconsiglia l’uso.

2. «Il verbo “essere” che troviamo nella norma costituzionale assume il significato non d’una definizione, ma d’una prescrizione: “la cultura deve essere libera”»: come si chiama l’uso del verbo essere, qui citato dall’articolo 33 della Costituzione («L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»)? È l’uso deontico, che consiste nel codificare un dovere, valore tipico, insieme con quello tetico, della Costituzione e di altri testi regolativi.

3. «Sai quanto tempo ho impiegato a essere pensato e scritto?»: che valore pragmatico ha il costrutto passivo, in questo caso? Trasformare il periodo in forma attiva. In che modo cambierebbe il senso del discorso se si trasformasse il periodo in forma attiva («sai quanto tempo hanno impiegato [oppure: ha impiegato l’autore] a pensarmi e scrivermi?»)? Nel periodo in forma attiva al soggetto (libro) è attribuita un’importanza molto più forte (e un ruolo molto più attivo) rispetto al costrutto attivo, nel quale, invece, il libro diventa oggetto e l’autore diventa soggetto.

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Valeria della Valle

Insegna Linguistica italiana presso la Sapienza Università di Roma.

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Cristiana De Santis

Cristiana De Santis è ricercatrice di Linguistica italiana all'Università di Bologna (sede di Forlì).

Fabio Rossi

Fabio Rossi insegna Linguistica italiana all’Università di Messina. Tra le sue pubblicazioni: Uno sguardo sul caos. Analisi linguistica della Dolce vita con la trascrizione integrale dei dialoghi (Le Lettere, 2010), Telecinematic Discourse. Approaches to the Language of Films and Television Series (curato con R. Piazza e M. Bednarek, John Benjamins, 2011).

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Fabio Ruggiano

Fabio Ruggiano è dottore di ricerca in Studi linguistici italiani, professore a contratto nell’Università di Messina e nella Virginia Commonwealth University di Richmond (VA). Oltre che di scrittura scolastica, si occupa di problemi di traduzione legati al teatro, dei meccanismi del comico e di lingua del diritto, con particolare riferimento alla Costituzione della Repubblica italiana.

Pietro Trifone

È professore ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Roma “Tor Vergata”.

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Fabio Ruggiano

Fabio Ruggiano è dottore di ricerca in Studi linguistici italiani, professore a contratto nell’Università di Messina e nella Virginia Commonwealth University di Richmond (VA). Oltre che di scrittura scolastica, si occupa di problemi di traduzione legati al teatro, dei meccanismi del comico e di lingua del diritto, con particolare riferimento alla Costituzione della Repubblica italiana.

Sintassi nominale

Insieme di strutture linguistiche costruite senza fare uso di verbi di modo finito. Più usuale nella lingua scritta che in quella parlata, consente di condensare l’informazione, espandendo un nucleo proposizionale mediante l’aggiunta di  sintagmi, laddove invece la sintassi verbale risulta più dispersa, anche se più rapidamente decodificabile, proprio perché richiede tempi di “scompattamento” meno lunghi. La s. n. è il terreno privilegiato dell’italiano giornalistico e di gran parte dei testi scientifici.

GRADIT

Grande dizionario italiano dell’uso, diretto da T. De Mauro, UTET, Torino 1999-2007.

Ellissi

Organizzazione sintattica priva di un elemento (il soggetto o il verbo) che normalmente è atteso. L’e. non provoca la perdita della coesione, perché l’elemento mancante è ricavabile dal contesto semantico e morfosintattico.

Deontico

Detto dei verbi che caratterizzano gli enunciati, e ovviamente i testi, tipicamente regolativi. La valenza d. codifica un dovere, un potere, un divieto, un’esenzione attraverso strutture grammaticali quali i verbi modali potere e dovere, costrutti come andare + participio passato, l’imperativo. La valenza d. va distinta dalla valenza  tetica, che codifica la funzione regolativa in modo concettualmente e strutturalmente diverso.

Tetico

Anche thetico. Detto dei verbi che caratterizzano tipicamente gli enunciati, e ovviamente i testi, regolativi. La valenza t. è propria delle produzioni semiotiche che realizzano automaticamente lo stato di cose che predicano: «La legge è uguale per tutti». Gli enunciati t. sono formalmente identici a quelli descrittivi, e assumono la valenza t. solo nel contesto adeguato (soprattutto documenti legislativi, ma si pensi anche alla scritta on sul bottone di accensione di un elettrodomestico).

Testo regolativo

Detto anche prescrittivo, istruzionale o direttivo, ha la funzione di imporre un punto di vista o un comportamento. Non prevede inserti narrativi, e il ricorso a spiegazioni, ragionamenti e giustificazioni è secondario. Sono t. r. i testi normativi, che stabiliscono le regole di funzionamento e comportamento di una istituzione o di una relazione sociale (costituzioni, leggi, regolamenti e norme attuative di regolamenti), ma anche manuali d’uso, manuali di gioco, libretti di istruzioni, ricette di cucina, segnali stradali e cartelli vari («Vietato fumare», «Munirsi di scontrino», «Io non posso entrare» ecc.).