Il commento all'articolo

Week-end all’insegna dell’acqua
Ma settimana prossima... pioverà

Commento all’articolo apparso su 
l'“Eco di Bergamo” online dell’16 marzo 2013

A cura di Fabio Ruggiano


Il titolo, tratto da un articolo pubblicato sull’“Eco di Bergamo”, testimonia un uso ancora rarissimo nello scritto (praticamente assente nei giornali a diffusione nazionale) di un fenomeno innovativo dell’italiano parlato: alcune determinazioni temporali tendono a perdere gli articoli, le preposizioni o gli aggettivi dimostrativi che normalmente ne fanno parte. Mi riferisco ad espressioni come “ci vediamo giorno 20”, “ci vediamo settimana prossima”, “ci vediamo fine settimana”, “ci vediamo pomeriggio”.

A ben vedere, le parole più piccole di una lingua, soprattutto preposizioni e articoli, subiscono spesso strane sorti, perché sono difficili da separare dalle parole più grandi che accompagnano. Nella lingua italiana, per esempio, ci sono alcuni nomi che hanno creato i propri articoli perdendo la loro prima consonante (il lavello è diventato l’avello, l’arena è diventata la rena, l’oscuro è diventato lo scuro). Anche l’aggettivo dimostrativo questo partecipa di una sorte simile, riducendosi nella lingua informale a ’sto (la perdita della sillaba iniziale è un fenomeno noto come aferesi) e in almeno due casi fondendosi con le parole che accompagna: stamattina, stasera.

L’origine delle espressioni temporali semplificate, ancora viste di pessimo occhio, ma che sembrano diffondersi con prepotenza nell’uso parlato, può essere individuata nella naturale tendenza della lingua a semplificare il semplificabile, riducendo il superfluo fino a farlo scomparire. Non stiamo certo dicendo che articoli e preposizioni siano superflui in generale, ma si consideri che il complemento di tempo determinato è espresso normalmente senza alcuna preposizione (ma di certo con l’articolo): “mi sono sposato il mese scorso”. Per quanto riguarda pomeriggio, inoltre, esso è escluso dalla  composizione con l’aggettivo determinativo aferetico, diversamente da mattina (stamattina) e sera (stasera). La privazione della preposizione di o dell’aggettivo questo riaggiusta in qualche modo la serie: “ci siamo visti stamattina”, “ci vediamo pomeriggio”, “ci vediamo stasera”. Sul perché non esista *stopomeriggio si può discutere: forse tale composizione è percepita come troppo lunga e per questo evitata. Un eventuale, pur possibile, *stomeriggio, che potrebbe fare il paio con stamane, probabilmente è bloccato dall’obsolescenza del nome meriggio. Sta di fatto che la composizione non è stata mai creata, e che, al contrario, oggi il solo nome si candida a farne le veci. Una ragione simile, l’accorciamento del  sintagma, potrebbe essere alla base di “ci vediamo fine settimana” (ancora totalmente escluso “ci vediamo week end”).

Per quanto riguarda l’eliminazione dell’articolo, essa sembra riguardare giorno, settimana (preferito con prossima rispetto a scorsa), mese prossimo (“è successo mese scorso” restituisce appena 10 risultati attraverso Google) e, in misura minore, anno scorso (anno prossimo è rarissimo, ma bisogna considerare che i contesti d’uso sono meno frequenti). Si può pensare che l’origine di questa evoluzione sia l’analogia con gli avverbi di tempo: “ci vediamo domani”, “ci siamo sposati ieri”. Insomma i parlanti starebbero cominciando a usare giorno, settimana prossima/scorsa, mese prossimo/scorso e anno scorso/prossimo come avverbi di tempo, almeno nelle espressioni in cui questi nomi figurino all’interno di complementi di tempo determinato.

L’area di origine di queste espressioni è probabilmente il Meridione: gli unici due esempi di “fissato per giorno...” rinvenuti nell’archivio di repubblica.it sono, non a caso, in due articoli della redazione siciliana e calabrese. Nessuna attestazione, invece, per “si incontreranno giorno...”, “si incontreranno mese...” e simili, che ho usato come frasi campione per la ricerca nello stesso archivio. L’uso, sicuramente parlato, meridionale è venuto a coincidere con la tendenza generale verso lo scritto telegrafico, propria soprattutto dei titoli giornalistici (di cui il titolo del presente focus, si noti, dell’“Eco di Bergamo”, è un esempio. Esempi si possono trovare anche nei titoli delle notizie di agenzia).

Di fronte a queste innovazioni, dobbiamo assecondare la corrente e accettare le espressioni temporali semplificate? Certo che no: è diritto di ogni cittadino manifestare le proprie preferenze e il proprio gusto anche linguistico. Appare, però, ingiustificato ogni atteggiamento censorio e scandalizzato di fronte a fenomeni che pur hanno una base di ragionevolezza.

Si replica su questo fronte il costante scontro tra norma e uso, che vede come sempre tutti i parlanti coinvolti e costretti a schierarsi. Moderazione consiglia di attenersi alla norma codificata quando si comunica in contesti formali, anche mediamente, parlati e scritti. Se l’uso è destinato a imporsi fino a cambiare la norma, ciò avverrà dal basso, man mano che queste espressioni diverranno comuni, finché saranno sentite dalla maggior parte dei parlanti come normali. Se mai si arriverà a quel punto, cominceremo a leggere “l’incontro si terrà settimana prossima” e simili sui giornali e nei romanzi; allora la grammatica sarà costretta a riformulare la norma e l’evoluzione della lingua avrà fatto un nuovo passo.

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Valeria della Valle

Insegna Linguistica italiana presso la Sapienza Università di Roma.

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Cristiana De Santis

Cristiana De Santis è ricercatrice di Linguistica italiana all'Università di Bologna (sede di Forlì).

Fabio Rossi

Fabio Rossi insegna Linguistica italiana all’Università di Messina. Tra le sue pubblicazioni: Uno sguardo sul caos. Analisi linguistica della Dolce vita con la trascrizione integrale dei dialoghi (Le Lettere, 2010), Telecinematic Discourse. Approaches to the Language of Films and Television Series (curato con R. Piazza e M. Bednarek, John Benjamins, 2011).

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Fabio Ruggiano

Fabio Ruggiano è dottore di ricerca in Studi linguistici italiani, professore a contratto nell’Università di Messina e nella Virginia Commonwealth University di Richmond (VA). Oltre che di scrittura scolastica, si occupa di problemi di traduzione legati al teatro, dei meccanismi del comico e di lingua del diritto, con particolare riferimento alla Costituzione della Repubblica italiana.

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È professore ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Roma “Tor Vergata”.

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Parlato

Modalità comunicativa che prevede l’uso del canale orale, ma non coincide con esso. Si contrappone allo scritto, di cui rappresenta il polo opposto della variazione diamesica. Al contempo, interagisce continuamente con lo scritto, sia nello scambio di moduli espressivi, sia nella creazione di modalità miste.

Composizione

Un composto, detto anche parola composta, è una sequenza lessicale formata da due parole (attaccapanni, carro-armato, pausa pranzo) riconoscibile come unitaria in base al significato. Può essere scritto senza interruzione, con il trattino o separato. Può essere descritto semanticamente come la sintesi di un sintagma o una frase: un attaccapanni è «un oggetto su cui si attaccano i panni». Importante è l’individuazione della testa, che detta al c. i tratti grammaticali e logici. I c. con testa a sinistra sono regolari, perché seguono l’ordine sintattico naturale dell’italiano. I c. con testa a destra sono prestiti o neologismi influenzati dal latino o da lingue germaniche (retromarcia, aromaterapia, baby-gang). Alcuni c. non hanno la testa, e sono detti esocentrici (scansafatiche, fuorilegge), mentre quelli che hanno la testa sono detti endocentrici (capostazione, aromaterapia). In base alla relazione sintattica tra i costituenti riconosciamo c. coordinativi, subordinativi, attributivi, intitolativi.

Sintagma

Unità minima della sintassi. È formato da una o, generalmente, più parole legate tra di loro da rapporti morfosintattici (per questo può arrivare a coincidere con una frase). Ogni s. possiede un centro, detto testa, attorno al quale ruotano le eventuali altre parole al suo interno, dette modificatori. A seconda della natura della testa, si possono avere cinque tipi di s.: s. nominale (SN), s. verbale (SV), s. aggettivale (SA), s. preposizionale (SP), s. avverbiale (SAvv). S. semplici strettamente legati tra loro possono essere raggruppati in s. complessi: il padre di Mario (il padre [SN] + di Mario [SP]); il mio amico (l’amico [SN detto discontinuo perché spezzato in due] + mio [SA]).